Gilliam: «Vivo nelle favole ma Star Wars è un bluff»

Il regista porterà a Venezia «I Fratelli Grimm» con la Bellucci. «I Monthy Python? Spariti perché troppo ricchi»

Paolo Brusorio

nostro inviato a Locarno

Il pifferaio magico si nutre di storie, ma quando deve raccontare quella della sua vita assomiglia a uno di noi. Terry Gilliam sbarca a Locarno per catturare il Pardo d’onore, si mette dietro un tavolo e prova a regalare pillole di una carriera ancora in bilico. Essere l’ex Monthy Python o il regista di L’esercito delle dodici scimmie; l’ex guastatore del sistema o il regista visionario. Gilliam: uno che gioca a fare l’eterno bambino, ma porta in giro una faccia che si sta arrendendo alle rughe.
Alla Mostra di Venezia andrà con I Fratelli Grimm (con Monica Bellucci, nel ruolo della strega, e Gilliam l’ha già avvicinata a mostri sacri come Mangano e Loren), altra geniale elaborazione del mondo delle favole. «Io sono cresciuto con le fiabe, nella vita di tutti i giorni continuo a vedere un parallelo con il mondo fantastico». Ci è rimasto così impigliato in quel mondo, Gilliam, da inseguire un progetto sempre più irraggiungibile: il Don Chisciotte. Insieme con la formazione da autodidatta, è un altro punto di contatto con Orson Welles: «Lui non l’ha mai finito il Don Chisciotte. Io almeno, una speranza di arrivare in fondo ce l’ho. Quella storia non ti molla mai, crea una dipendenza. Ma se risolviamo qualche complicazione legale, l’anno prossimo finisco il film».
E questo è il presente di Gilliam. Che, però, non si sottrae al viaggio a ritroso zigzagando tra i suoi punti cardinali. Due su tutti, Brazil e Il barone di Munchhausen. Il primo lo rivede così: «Una satira socio-politico su un mondo che mi aveva terrorizzato. Girato negli anni Ottanta, parlava di quei tempi, ma chi lo vede ora si stupisce della sua attualità. Non sono stato bravo io, è il mondo che è rimasto identico. Mi sento di ringraziare George W. Bush e Al Qaida per il sostegno che danno al mio film».
Poi Il barone di Munchhausen: «Ancora adesso non capisco la reazione negativa che ci fu all’epoca. Per me resta un film fantastico. Ho dei ricordi bellissimi, tranne che - tanto per cambiare - ho avuto qualche problema con la produzione per la lunghezza, così da dover cercare per l’unica volta della mia vita un compromesso».
Favole che per arrivare al cinema hanno bisogno della tecnologia. Gilliam pesca a piene mani nelle magie del computer, ma si tiene un margine di errore. Di umanità, quasi: «La tecnologia non può fare tutto, un film deve essere sporco. Voglio che si possa annusare». E poi favole trattate, riviste, rivoltate con uno scopo ben preciso: «Negli anni Cinquanta Il barone di Munchhausen era il libro più letto al mondo dopo la Bibbia; Don Chisciotte è il primo romanzo moderno: io voglio che le persone abbandonino la televisione per tornare a leggere».
Insomma, la fantasia come chiave per aprire le porte sul mondo. «È un mito che c’è sempre stato, storie antiche e molto profonde che ti fanno sentire il significato della vita. Anche se io cerco di venire a capo del nonsense della vita». Ma c’è un limite. Scavalcalo, e finisci così: «Prendete Star Wars, per esempio. Non lo reggo proprio. Non ha alcun riferimento con la realtà. Al contrario, quello che si vede nei Fratelli Grimm ha le radici nel mondo che esiste. Per questo spero che la gente si stufi di vedere i film di guerra che piacciono tanto a Hollywood: potrebbe anche succedere visto che gli americani con l’Irak hanno fatto un po’di esperienza con la guerra vera».
Basta una punta di cinismo per atterrare là, dove Gilliam è partito. I Monty Python. E la dose raddoppia: «Perché non esistono più? Perché sono scomparsi, non avete sentito delle bombe di Londra, mi stanno ancora cercando... No, uno vive a Los Angeles, l’altro a Londra vicino a me, ma non ci stiamo troppo simpatici. Una volta litigavamo e producevamo cose fantastiche, adesso ci abbracciamo e allora non va più bene, siamo vecchi. E ricchi. Eric Idle ha così tanti soldi che non ha più bisogno di lavorare». Siamo ai titoli di coda, si parla di humour inglese. «Gli americani sono bravi a ridere degli altri, gli inglesi di se stessi. D’altronde, dopo aver perso l’Impero non gli restava che una risata». Quella che esce dalla bocca del pifferaio magico.