Ginepro, il frate che ebbe fede nel fascismo

(...) del fascismo, la delusione di chi, con la caduta del regime, finì ai margini.
Costante, nella vita del frate-giornalista-scrittore, fu il legame con la Liguria. Fra Ginepro (scelse questo nome, spiega l’autore, solo come riferimento a uno dei primi discepoli di San Francesco) a Genova si laureò ed entrò in convento, nei paesi della liguria si fece conoscere come predicatore. Grazie agli articoli sui giornali genovesi divenne un personaggio. E la Liguria fu anche la terra da dove ripartì, sacerdote missionario, nei momenti di difficoltà. Che non mancarono in una vita carica di eventi e viaggi. Come quello che lo portò in Abissinia, cappellano militare delle nostre truppe. Iniziò così il rapporto tra il frate, i soldati e le loro famiglie, che aveva spesso cura di consolare quando il loro caro non faceva ritorno a casa. Fra Ginepro non condannò la guerra, la considerava - spiega Acito - «come un fenomeno di carattere politico». «In questa situazione drammatica, alla sofferenza venne riconosciuto un ruolo formativo - racconta l’autore- Apparve quasi una prova divina da superare per corroborare la propria fede». E di prove, il francescano dovette affrontarne molte, sempre insieme ai suoi soldati: dalle difficoltà sul fronte greco albanese fino alla cattura (fu deportato dalla Grecia all’India, dove sopportò la dura prigionia inflitta dagli alleati).
Fra Ginepro tornò in Italia nel ’43, quando il regime iniziava a scricchiolare. Il partito fascista lo scelse per ridare coraggio alle famiglie dei soldati, iniziò un rapporto sempre più stretto con Benito Mussolini. Acito torna anche sull’incontro con il duce, «descritto da fra Ginepro come affranto e malinconico e desideroso di riavvicinarsi alla religione tanto che il cappuccino riuscì a confessarlo». Il frate da quegli incontri trasse forza, fu inviato in Germania per riuscire - spiega Acito - a riportare in patria e far aderire alla Repubblica sociale i prigionieri italiani (la missione non portò gli esiti sperati).
In quel momento, la Chiesa prese le distanze da Mussolini, ma il frate ligure restò fedele al fascismo, scelta che pagò a caro prezzo. Il 24 aprile del 1945 era a Genova nel giorno della rivolta popolare e non si nascose. Il 6 agosto fu arrestato e rinchiuso al carcere di Marassi, dove fu poi accusato di aver fomentato una rivolta. Per questo fu prelevato e costretto all’esilio, sotto nuovo nome. Morì nel 1962 all’ospedale di Pietra Ligure.
«È difficile comprendere il motivo per cui questa figura sia stata scarsamente considerata dalla storiografia sulla Repubblica sociale - scrive l’autore-. L’esperienza della prigionia fu fondamentale per la futura adesione all’Rsi - è la tesi - perché corroborò, anziché annichilire, le convinzioni politiche di fra Ginepro». «Il ritratto di Acito termina purtroppo nell’estate del 1945, con l’arresto» scrive nella prefazione al testo Pierfranco Malfettani dell’associazione genovese Amici di fra Ginepro, supporto per Acito nella ricerca di documenti sul cappuccino. Fra Ginepro «visse le proprie convinzioni fino in fondo, senza dubbi e tentennamenti, dopo la caduta del sistema politico fascista diede le più alte prove di spirito cristiano, di umanità, di disprezzo per l’ipocrisia dei troppi che si ersero a vincitori postumi».