Gingrich tenta il tutto per tutto e con uno spot in tv si rivolge ai simpatizzanti del Tea Party: ma rischia il boomerang

Gingrich inonda le tv dell'Iowa con uno spot in cui, in 30 secondi, si rivolge a un elettore tipo ben chiaro, quello vicino al Tea Party. Ma per i toni usati e la superficialità del messaggio lo spot rischia di essere un boomerang per l'ex speaker della Camera

Se per il resto del mondo, queste sono ore di attesa per la rituale fine dell’anno, in America per chi vive e respira politica 24 ore su 24 sono le ultime occasioni di scrutare la sfera di cristallo e cercare di predire quel che succederà mercoledì notte, quando i risultati dei caucuses dell’Iowa forniranno sostanza a questo ciclo elettorale tanto cruciale quanto imperscrutabile.

Chi invece lavora per le campagne elettorali dei non tanto magnifici sette candidati alla nomination del GOP avrà sicuramente un diavolo per capello. Le ultime ore prima del fatidico voto sono tradizionalmente riservate alle sorprese dell’ultimo minuto, ai cosiddetti “Hail Mary pass”, colorita metafora del football che indica un lancio lunghissimo alla cieca, a caccia di un improbabile touchdown. Lo spot elettorale pagato dal super-PAC vicino a Newt Gingrich trasmesso dalle televisioni dell’Iowa rientra decisamente in quest’ultima categoria. Trenta secondi pensati con un elettore tipo ben chiaro in mente e fatti per convincerlo a schierarsi dalla parte dell’ex speaker della Camera dei Rappresentanti. L’obiettivo è il teapartygiano medio, nelle cui mani, secondo gran parte degli analisti, risiede il biglietto per la passerella di Tampa, con relativa nomination come candidato alla presidenza del Partito Repubblicano.

Tutti sembrano sapere com’è fatto questo convitato di pietra, questo membro della maggioranza silenziosa che si è stufato di accettare passivamente le decisioni degli altri ed ha deciso di darsi all’attivismo politico. Tutti sono sicuri di sapere cosa voglia, quali siano i temi a lui più cari e come bisognerebbe rivolgersi a lui per ottenerne il favore. Gli studi sociologici, i focus groups ed i sondaggi informali, non scientifici ma calibrati con estrema precisione si sono sprecati nei mesi scorsi. A questo punto, dopo i pesanti investimenti sostenuti, tutte le campagne elettorali giurano di sapere chi sia questo fantomatico membro dello sfuggente fenomeno definito Tea Party e sparano le loro costose munizioni sicuri di colpire nel segno. Commettendo spesso degli autogol clamorosi, come lo spot di “Winning our Future” per Gingrich.

Trenta secondi nei quali Newt, entrato al Congresso nel 1978 con Dick Cheney, viene descritto come il candidato “anti-establishment”, inviso alla stampa mainstream perché “conservatore testato”, con una lunga lista di successi alle sue spalle. Lo slogan è tanto efficace quanto risibile: “non far sì che siano altri a scegliere il tuo candidato”. I casi sono due: o chi ha pensato questo spot disastroso è un obamiota infiltrato o è di una stupidità inusitata anche nel campo non certo illuminato da grandi eccellenze intellettuali dei consulenti d’immagine.

I detrattori di Gingrich lo definiscono spesso vanesio, pieno di sé, presuntuoso, saccente, “professorale”, tutte caratteristiche che ricordano fin troppo l’inquilino abbronzato della Casa Bianca. Lo spot non sembra che rafforzare queste accuse. Negli ultimi, orripilanti, quindici secondi, lo speaker afferma che Newt avrebbe “portato in pareggio il bilancio”, “creato 11 milioni di posti di lavoro” e via vaneggiando. Non è necessario aver letto l’opera omnia di Ludwig von Mises per capire che, se si parla ad un fedelissimo dello stato minimo e del libero mercato, affermare di aver “creato” anche un solo posto di lavoro equivale a sventolare la muleta di fronte ad un toro da corrida.

La cosa che, se conosco bene i miei polli, farà andare su tutte le furie legioni di teapartygiani a stelle e strisce è il tono neanche troppo vagamente condiscendente usato nello spot. Lo slogan, poi, è un capolavoro di supponenza derivata dalla troppo lunga esposizione all’atmosfera venefica della Beltway. Alle orecchie del teapartygiano medio lo slogan suonerà più o meno come “sì, tu, povero imbecille troppo stupido per decidere per conto tuo, vota Newt per far dispetto agli amici ricchi di Romney ed ai good ole boys del partito”. Non bisogna esser un genio per ricordarsi di come Gingrich fosse stato prima cooptato, poi scelto dagli stessi good ole boys che ora gli starebbero facendo la guerra.

Insomma, un costoso disastro peraltro pagato da un PAC che, al 30 dicembre 2011, ha speso quasi mezzo milione di dollari senza aver dichiarato di aver ricevuto nemmeno un dollaro di donazioni. L’elenco che trovate sull’ottimo sito OpenSecrets del Center for Responsive Politics di Washington (che a sua volta però riceve soldi da fonti “sospette” come l’Open Society Institute di George Soros e la Rockfeller Brothers Foundation) è abbastanza evidente: lo trovate qui.

Visto che le disgrazie non vengono mai da sole, ecco un uno-due-tre che stenderebbe anche Cassius Clay. Parte prima: la dichiarazione a bella posta, fatta “cadere” da Gingrich quando nelle vicinanze passava un reporter dell’Huffington Post, sito principe di quella sinistra gne-gne che il simpatizzante medio del Tea Party manderebbe volentieri a spalare letame. Se fosse scelto come candidato del GOP, Newt potrebbe scegliere come vice nientepopodimenoche Sarah Palin! Non sto scherzando, l’Huffington Post ha pubblicato un pezzo tutto su queste dichiarazioni (lo trovate qui).

Parte seconda: una mail lanciata a centinaia di migliaia di iscritti a vari siti o forum legati in qualche modo al Tea Party nella quale si chiede (quasi implora, a dire il vero) di “sostenere Newt”, il vero candidato “anti-establishment”, che rischia di essere “outspent” (parola che, a giudicare dal suo abuso nelle mail di raccolta fondi, dovrebbe aprire magicamente i portafogli degli elettori di destra) dal candidato dell’establishment, Mitt Romney, venti a uno. Quindi i soldi dei video, dei libri e di tutto il materiale pubblicato da Newt nella lunghissima rincorsa alla candidatura dove sarebbero finiti? Hmm…

Parte terza: come ciliegina sulla torta, la bizzarra causa proposta da un certo Jonathon Moseley, avvocato del nord della Virginia, per rimettere il nome di Newt sulla scheda delle primarie del GOP di quello stato. Il Washington Post, che sa cogliere un assist al volo, lo ha subito definito “attivista del Tea Party”, tanto per creare un poco di confusione. Moseley non sarebbe legato alla campagna elettorale di Gingrich ma li inviterebbe a proporre una migliore petizione, con relativa raccolta fondi per non togliere agli elettori della Virginia il diritto di votare il candidato migliore. Della serie, quanto credete sia stupida la gente?

Insomma, più che un disperato tentativo di evitare un’ingloriosa uscita dalla gara alla Casa Bianca, questo messo in campo dalla sgangherata campagna elettorale di Newt Gingrich sembra un corso accelerato su come non parlare ai Tea Parties. Niente è ancora deciso, le elezioni americane, specialmente quando si scende nelle dinamiche di un caucus spesso formato da poche centinaia di persone, sono del tutto imprevedibili. A questo osservatore sembra tanto di assistere al preludio di un’implosione stile Howard Dean, con le lacrime di ieri al posto del leggendario urlo. Vedremo se i teapartygiani di oltreoceano saranno più magnanimi nei confronti dell’ex speaker alla Camera.