GINO PAOLI La poesia è una finestra sul cuore

Per il quarto appuntamento della serie «Oltre le note», dopo Francesco Guccini, Renzo Arbore, Lucio Dalla, ecco Gino Paoli, lo schivo genovese dalla voce rauca, a rivelare i poeti che sono stati la sua costante fonte di ispirazione. Lo scabro Montale e il ligure-toscano Giorgio Caproni, il sensuale John Donne e l’amatissimo Neruda. E gli arabi e Tagore. Ma il primo a folgorarlo fu Verlaine

Cesare G. Romana Viene da evocare Montale, «volava la bella età sopra i barchetti sul filo/ del mare a vele colme», qui sull’ampia terrazza che guarda appunto il mare, incastonata tra il verde della collina. In questi giorni l’autunno, a Genova, ha dolcezze di primavera, un acquazzone ha sciolto le nubi e i colori s’addolciscono, nell’incedere della controra. Guardi il paesaggio e la poesia - accade, da queste parti - la vedi fiatare nell’aria, come un Ariel pudico. Si ragiona, con Gino Paoli, di Caproni, di Boine, di Sbarbaro. E di Edoardo Firpo, il più eletto tra i poeti dialettali di Liguria, cantore di lucciole e di salsedine.
Gli rammento, a Paoli, un suo verso del ’74, l’album s’intitolava I semafori rossi non sono Dio e lui cantava: «Mi hanno fatto un po’ di bene/ le parole dei poeti». Gino annuisce, e corre a prendere un libro: Caproni, appunto. Legge, con quella voce sfilacciata che gli anni hanno misteriosamente abbellito: «Genova, mia città intera/ geranio, polveriera/ Genova di ferro e aria/ mia lavagna, arenaria». Poi: «Può, un ligure, non conoscere la Litania per Genova? No che non può. Io arrivai a Caproni partendo dai simbolisti francesi, Rimbaud, Verlaine. Ricordo le discussioni con Luigi Tenco, lui amava Pavese, io scoprii questo toscano dall’anima ligure, il suo esistenzialismo essenziale, quelle immagini che non danno scampo. Senti qui: “Genova di lamenti/. Enea. Bombardamenti”».
Arriva fino a noi un borbottio di galline, su un sofà dorme un gatto e sembra una piccola tigre, lo zefiro alita e il momento è propizio al navigare della memoria. «Ricordo che l’amore per la lettura mi catturò da bambino, leggevo i romanzi di Delly, a letto, in testa una lampadina da minatore perché in casa, alle nove di sera, si spegneva la luce. Poi ci fu la Liberazione, dall’America arrivarono Steinbeck, Caldwell e dalla Francia gli esistenzialisti, Camus, Sartre. Amai gli scrittori molto prima degli chansonnier. Scoprii Pavese, poi m’imbattei in Fenoglio e lo preferii. Tutti insieme, comunque, tennero a battesimo il mio culto per la parola».
E la poesia? «Fu una folgorazione. Mi resi conto del suo potere miracoloso: ti fa parlare con uno che è morto da duecento anni, o con un altro che non incontrerai mai. A lei, comunque, arrivai più tardi: a scuola, Pascoli, Leopardi, Stecchetti, Gozzano te li facevano detestare, così li capii più avanti, per conto mio. E intanto divoravo i poeti che a scuola non t’insegnavano. Fu Verlaine, a farmi capire cos’è la poesia». E cioè? «Capii che la poesia non va interpretata, né declamata. Va bevuta. Deve trasmettere emozioni astratte, che non sono dentro di lei ma le stanno dietro. Detesto i poeti che vogliono “dire qualcosa”: i Monti, i Manzoni. Quando scrivo, non so mai cosa voglio raccontare: la poesia è una finestra sul cuore, la spalanchi e guardi. Sai qual è la peggior nefandezza? Pubblicare dei versi, e spiegarli con delle note a piè di pagina. Come se il significato fosse più importante delle sensazioni. Da ex pittore, e da musicista, io credo che l’arte è il dominio del non spiegabile: non importa quello che leggi, o vedi, o ascolti, ma quello che gli sta dietro e che intuisci senza vederlo. Come in Caproni, appunto».
Cui dobbiamo, gli ricordo, una straordinaria traduzione da Céline: Morte a credito, trasferito in un italiano bifronte, misto di genovese e di toscano. «Fu il suo modo di rendere il linguaggio bastardo di Céline. Altro autore che amo: una boa, ha segnato il passaggio tra l’ieri e l’oggi. Come Henry Miller: altrettanto rivoluzionario, ma senza quell’acredine, quel rancore violento. Ecco, se facessi il romanziere, Miller sarebbe la mia stella polare: con la sua joie de vivre, il suo buttare tutto dentro la pagina, cuore, stomaco, palle. Vita».
Nel salone di casa Paoli gli scaffali rigurgitano: dischi, libri, «tanti che, quando ne cerco uno, non lo trovo e così lo ricompro». Ecco Eluard e i troubadours, Nicolàs Guillèn e Bukowski, Cucchi e a fianco Ferlinghetti. E il prediletto John Donne: «Lessi qualche suo verso, messo ad epigrafe di Per chi suona la campana, di Hemingway, e volli saperne di più. M’affascinò questo ecclesiastico del Cinquecento che trabocca sensualità, questo mistico carnale che parla di metafisica come se fosse un fatto del corpo».
Leggo intanto, in un angolo dello scaffale, un titolo familiare: Veinte poemas de amor y una canción desesperada. E, accanto, Residencia en la tierra: Neruda. E Gino: «Quando parlo di poesia come arte del colore, il primo a cui penso è lui. Senti qui: “A che servono i versi se non per quella notte/in cui un pugnale amaro ci fruga/, per quel giorno, per quel crepuscolo, per quell’angolo rotto/ in cui il cuore dell’uomo, colpito, si dispone a morire?”. In questo i sudamericani sono straordinari: Amado, Neruda, anche Borges. E Gabriel García Márquez, che con L’amore ai tempi del colera ha scritto il più bel libro sull’amore dell’ultimo mezzo secolo. Mi seduce il suo istinto primordiale, trovo in quel talento immaginifico l’antidoto a tanta letteratura d’oggi, che punta tutto sulla trama e niente sui colori. Come se l’intreccio non fosse un mezzo, ma il fine. Sbaglierò, ma il vero artista non è un narratore, non è neppure un creatore: semmai un assemblatore, pensa a Omero, a Picasso. Che cosa fa, in fondo, un artista? Prende la vita, la divora, la digerisce e alla fine la espelle. Assemblando, più che inventando: come fai con le varie tinte, che le spremi sulla tavolozza e poi le mescoli. Perciò mi ritrovo negli scrittori siciliani, grandi maestri del colore: Sciascia, Camilleri e più di tutti Bufalino, La diceria dell’untore».
Si salta di palo in frasca, con Paoli «uomo onnivoro, nel leggere come nel vivere»: dalla Francia al Brasile, dalla Germania di Hesse all’America di Melville. E dalla Sicilia assolata alla Liguria, la gran madre aspra, restia, misteriosa: «Guarda Montale. Fu il trait d’union tra me e tanti amici di gioventù: Tenco, Arnaldo Bagnasco. Diversissimi tra noi, ma Montale ci accomunava. Proprio per la sua ligusticità: scabro, scomodo, fatto a punte. Lo leggi e vedi il mare, gli scogli, lo scirocco di Genova».
E da Genova si passa all’Oriente. Rabindranath Tagore, per esempio: «Sono qui per cantarti canzoni/ non ho null’altro da fare, nel tuo mondo/ la mia vita vana può solo prorompere in canti vani». Tagore l’eterno fanciullo, che Yeats paragonava a Blake e a Francesco d’Assisi, «così alieni dalla storia violenta della nostra civiltà». E dall’India si passa a parlare dei poeti arabi, lo provoco: «Oriana Fallaci dice che la loro cultura ha espresso, di grande, solo il Corano e Avicenna». E lui: «Succede, quando scrivi per sostenere una tesi, senza la mediazione del dubbio». Cosa rispondi?, lo provoco ancora. «Rispondo: non amo sparlare di nessuno, ma s’informi meglio, signora», motteggia lui. E racconta di Salman Rushdie, di Nazim Hikmet, del Profeta di Gilbran e di altri «cantori immensi, cui dobbiamo poesie che non sono poesie, sono libri».
Il mare, fuori dai vetri, stende il suo fraseggio di spuma, vengono in mente certi testi paoliani - l’idillio salmastro di Sapore di sale, il flusso ondoso di Senza fine, la melanconia inerme di Sassi. Hai mai scritto poesie?, chiedo. «A sedici anni, poi ho cominciato a dipingere. E, dopo, a scrivere musica. Non riesco a fare due cose insieme: se sei un autore di canzoni devi vivere, sentire, orinare da autore di canzoni. Metterti dentro a quello che fai, senza poter fare altro. Per questo, quando ho scelto la chitarra, ho abbandonato i pennelli. Che ridere quando dicono: Paoli, il poeta». Coerente, però: sono passati quarantacinque anni, da La gatta, e l’avventura continua. «Coerente? Che brutta parola. Poco adatta ai poeti. Piace ai critici, certo, ma io dico: Picasso era l’incoerenza fatta arte, e anche per questo era un genio. La coerenza porta al fanatismo, ai lager. Ai roghi».
No, dunque, alla poesia politica? Brecht, Aragon? «Dipende. Non credo a chi scrive per dire evviva, o abbasso. Però in una poesia, o in un quadro, c’è sempre un côté politico: nel senso che, quando ti esprimi, non puoi tralasciare i tuoi punti di vista. Se tu sei anarchico, lo sei anche quando prendi la penna in mano: non potrai mai scrivere da liberale, o da comunista. Anche perché io non credo che si possa dire: ora mi metto a tavolino, e definisco questo o quel concetto, scrivere vuol dire buttar fuori quello che ti preme dentro, sennò scoppi. E se un’idea t’appartiene profondamente, non puoi evitare di esprimerla, perfino nel non esprimerla. Purché rimanga nell’ambito delle emozioni: guai se diventa indicazione, o proclama».