Gino racconta Paoli: «La mia unica certezza è avere dubbi»

Con l’aiuto del figlio Giovanni, l’artista ha scritto l’autobiografia «Sapore di note». Emozionanti le pagine su De André, Ciampi, Tenco

Cesare G. Romana

Gino Paoli aveva, finora, due biografi, per così dire, ufficiali: Arnaldo Bagnasco, autore tra l’altro con Zavattini del non dimenticato Ligabue televisivo, e un altro meno illustre, che la modestia vieta qui di citare. Ora il duo diventa trio: in questo intrigante Sapore di note (Laterza) il padre di tutti i cantautori ripercorre la propria settantennale vicenda di poeta e musicista, marito e padre, anarchiste attento alla libertà della joie de vivre nonché alle ardue occorrenze del mestiere di vivere, ex parlamentare restio alle bassezze della politica politicante e convinto che far politica significhi «fare qualcosa di buono per gli altri».
Del resto Sapore di note non vanifica certo le precedenti biografie paoliane: semmai le integra, ché il suo autore, con l’aiuto del figlio Giovanni, giornalista, fa prevalere il cantore di emozioni sul cronista di fatti, puntando su «affetti, valori, passioni» piuttosto che sulla semplice storiografia. Reiterando insomma ciò che nei quarantacinque anni trascorsi da La gatta, Paoli ci ha insegnato ad amare nelle sue canzoni: lo scavo esistenziale, il cantare fuori dal coro e dunque l’autonomia intellettuale, la ricerca di un’etica non codificata, estranea agli stereotipi piccolo-borghesi, scaturita invece dall’esperienza personale e dal buon senso.
Di qui un’autobiografia dell’animo ricca di aneddoti, di annotazioni, di tappe esistenziali, preziosa per capire i moventi del canzoniere paoliano e l’amore che esso continua a suscitare nel pubblico: dai primi capolavori - Il cielo in una stanza, Sassi, Senza fine, Sapore di sale, Vivere ancora - agli esiti recenti, passando per la svolta di I semafori rossi non sono Dio e di Il mio mestiere, la cui tavolozza s’apriva a temi come la libertà, la democrazia, la morte, l’omosessualità. Di tutto questo Paoli dà conto con l’umile sobrietà dei grandi, evitando l’autoincensamento, glissando spesso sui suoi successi e puntando invece ai meccanismi di pensiero che sottendono un repertorio tutto ispirato all’urgenza di raccontare la vita. Donde un Paoli noto agli amici, ma assai meno al grande pubblico: ribelle per indole e vocazione, figlio e studente ribaldo, convinto che «la mia unica certezza è il dubbio», in lotta perpetua contro dogmi e convenienze, ma legatissimo agli affetti familiari, come attestano le pagine toccanti dedicate al nonno Gino, ai genitori, al fratello, alle donne amate e ai figli. Nonché, s’intende, agli amici, inclusi quelli scomparsi come Tenco, Bindi, Ciampi, De André, Endrigo, evocati con affetto definitivo al pari di Ciacola, la piccola gatta che «aveva una macchia nera sul muso» e «se la chitarra suonavo» lei «faceva le fusa e mi sorrideva», umanissima. E scrivendo di Luigi le corde vibrano con più intensità: «Ci conoscevamo meglio delle nostre tasche per tanto tempo vuote. Eravamo lontani da un po’. Un bisticcio per una donna. Credo che se fossi stato lì, se in quell’edizione del Festival fossi stato fra i partecipanti, con qualche probabilità, direi anzi molte, non sarebbe successo».
Su tutto ciò prevale il fondale assiduo di Genova, amata e «odiata» madre-matrigna, che fabbrica grandi artisti costringendoli a cercare altrove il proprio spazio vitale. Genova che è anche il suo mare, presenza costante negli affetti dell’autore di Sassi e di Sapore di sale, sinonimo di libertà e d’avventura.
Non solo: ecco le immagini drammatiche della guerra e del dopoguerra «più brutto della guerra», dove per un bambino è giocoforza «creare una sorta di normalità nell’anormalità» in un mondo di rovine e di violenza. E la fame giovanile, le code per un piatto di minestra dalle suore, la pittura, il lavoro come grafico pubblicitario, gli esordi canori propiziati da Nanni Ricordi e Gianfranco Reverberi. Poi la crisi creativa, la droga e il ritorno in auge, tuttora sorretto dall’inquietudine di chi si sente «un mutante, in continuo divenire».