IN GINOCCHIO DA OBAMA

Aspettando Godot, s’intrattengono con Obama. C’è un che di comico nella sinistra italiana che organizza una gita parrocchiale a Denver in cerca di identità. E in cerca di un futuro, sperando per altro che sia nero. La festa ufficiale del Partito Democratico, inaugurata a Firenze quasi una settimana fa, si trascina stancamente, fra un concerto dei Pooh e un dibattito con Tania Cagnotto, nel disinteresse generale. Fateci caso: quel che succede alla festa del Pd non importa a nessuno. E, probabilmente, non importa nemmeno al segretario del medesimo Pd: infatti pure Veltroni è fuggito a Denver. Guida la delegazione, cosa che, pare di capire, gli riesce meglio che guidare il partito.
Delegazione ampia, di conseguenza piuttosto costosa. L’ex tesoriere del partito Sposetti ironizza: «Beati loro». Come si dice di chi va in vacanza. Oltre a Veltroni, ci sono Rutelli, l’ex sottosegretario Vernetti, tale Federica Mongherini e Lapo Pistelli. Quest’ultimo è stato incaricato di scrivere il diario quotidiano del viaggio sul suo sito Internet. Il primo giorno ha subito lasciato il segno con un’intuizione memorabile: questo di Denver, ci rivela, «è un evento di portata mondiale». Accipicchia, che riflessione profonda: se non fosse andato in Colorado, non se ne sarebbe mica reso conto, eh? Magari pensava che l’elezione del presidente americano fosse come quella del sindaco di Montelupo Fiorentino...
Che ci volete fare? Certe esperienze aprono la mente, oltre che il portafogli. Per risparmiare un po’, il Dream Team al’’amatriciana le ha provate tutte. Dopo aver scartato l’ipotesi del viaggio in autobus, quando Lapo ha scoperto l’esistenza dell’Oceano Atlantico, hanno dovuto optare per l’aereo. In compenso però hanno preso posto in un alberghetto di periferia, a pochi passi dall’aeroporto. Sono tutti felici perché i Kennedy hanno avuto la cortesia di rivolgere loro la parola. Che meraviglia: avranno pensato di star sulle pagine di Gente. Forse manderanno una cartolina. Intanto hanno chiesto di fare un collegamento video in diretta con la festa di Firenze: Obama parla nella notte e loro dietro, per cercare al buio un po’ di luce riflessa. «Siamo qui, ci vedete? esistiamo». E avanti con i saluti a casa e ciao ciao con la manina...
Alla ricerca di un’idea perduta: ma più che un’avventura alla Harrison Ford sembra roba da Vanzina. Tu vuò fa l’amerikano, ma sei nato in Italy. Qui Quo Qua a stelle e strisce, come li ha ribattezzati Giuliano Ferrara. Ma Obama non è zio Paperone. La sinistra italiana non può pretendere di colmare il proprio vuoto con la sua ricchezza, la propria sconfitta con la sua eventuale vittoria. È vero: Barack parlerà dall’alto di un tempio. Ma non è ancora Gesù Cristo: non gli si può chiedere di resuscitare i morti.
Fra l’altro, chissà, sentendolo dal vero, i nostri gitanti democratici forse si accorgeranno di quant’è distante l’Obama pensiero dalla melassa che gli hanno cucito addosso in Italia. Lui è per l’intervento americano anche senza l’ombrello dell’Onu, lui è per Israele, è per il nucleare, non esclude la pena di morte, vuole la riforma della sanità ma in modo assai diverso da Rosy Bindi. Farne un campione del pacifismo e dell’ecologismo, un fanatico delle Asl e delle biodiversità, un incrocio fra Realacci e Livia Turco, un don Ciotti coloured, è una follia che solo l’horror vacui della sinistra italiana poteva partorire. Qualcuno glielo spieghi a Lapo, prima che finisca l’«evento di portata mondiale».
E la gita americana, la sceneggiatura perfetta per Massimo Boldi e Christian De Sica, lo shopping, l’emozione di incontrare Caroline Kennedy, la richiesta di autografi alle star di Hollywood, quello stupore tutto provinciale di fronte al «crescendo di iniziative da mattina a notte», come scrive Pistelli nel suo estasiato blog, il susseguirsi di «piccoli e grandi eventi, i seminari di studio, gli attivisti per strada» (pensa un po’: ci sono gli attivisti per strada, mica come in Italia...), sono ancora più patetici se confrontati al vuoto assoluto di Firenze. A Firenze, infatti, l’appuntamento più triste che la politica ricordi, malinconico epigono di quei grandi momenti che erano le feste dell’Unità, evapora giorno dopo giorno fra la presentazione di un libro di Don Milani, un dibattito con Ascanio Celestini e Paolo Virzì, un nulla rivestito di noia. Ha ragione, per una volta, Furio Colombo: per avere l’attenzione dei media (e un’idea) alla sua festa il Pd ha dovuto chiamare sul palco i ministri del governo Berlusconi. Tremonti, Bossi e Calderoli: ecco le proposte dei Democratici in Italia. Null’altro. I leader della sinistra non sanno cosa dire ai loro sostenitori. Non sanno cosa scegliere. Non sanno cosa fare. E forse adesso si capisce perché sono scappati tutti a Denver: non hanno trovato un posto più lontano.
Mario Giordano