«Gioca l’Italia, spoglio da rinviare» Scontro sull’idea del centrodestra

Fabrizio de Feo

da Roma

La partita dell’Italia, per alcune ore, manda in crisi lo spoglio del referendum. L’allarme lo fa scattare il «Comitato del Sì per la Libertà». Con una lettera indirizzata al ministro dell’Interno, il Comitato chiede ufficialmente che le operazioni di spoglio abbiano inizio a partire dalle ore 20. La questione è semplice: il match con l’Australia, fissato per lunedì alle ore 17, coincide pericolosamente con la chiusura delle urne e rischia di mandare in tilt la macchina del Viminale.
«Lo spoglio - spiegano l’azzurro Andrea Pastore, presidente del Comitato, e il Segretario, Aldo Brancher - si sovrapporranno alla partita. Considerando che saranno centinaia di migliaia le persone impegnate ai seggi è più che certo e assolutamente grave il rischio che vi siano pericolosi disservizi nel funzionamento della macchina elettorale». «Riteniamo - aggiunge il tesoriere del Comitato, Benedetto Della Vedova - che sia assai più semplice garantire la custodia delle sezioni che assicurare, in contemporanea con la partita, la regolarità dello spoglio». Una proposta fatta propria anche da Roberto Calderoli. «Comprendiamo che la coincidenza temporale non poteva essere prevista però credo che la posta in gioco sia talmente importante per cui è assolutamente auspicabile una convocazione di urgenza del Consiglio dei ministri per l’emanazione di un decreto legge che vada a modificare le operazioni di scrutinio. In realtà il Consiglio dei ministri avrebbe potuto intervenire già nella seduta di oggi (ieri per chi legge ndr). Mi auguro si tratti di una semplice dimenticanza perché, diversamente, dovrei pensare che si attribuisca all’evento scarsa importanza o si cerchi di sfruttare la disattenzione per obiettivi precisi».
Il centrosinistra all’inizio boccia sdegnosamente la richiesta. Poi, però, la netta chiusura iniziale si stempera e i toni diventano più possibilisti. «Spero che il ministero degli Interni possa valutare con serietà la necessità che ad urne chiuse lo scrutinio si svolga in piena regolarità» dice il sindaco di Roma, Walter Veltroni. E anche il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, ammette che la concomitanza tra la chiusura dei seggi e la partita potrebbe provocare dei problemi. In serata, però, è lo stesso Viminale a chiudere il discorso con una nota scritta con la quale si invitano i presidenti di seggio a procedere, verificando che la partita non vada a interferire con lo spoglio. «Il ministero dell’Interno ha inviato una circolare a tutti i prefetti affinché vi sia una garbata ma ferma opera di sensibilizzazione sui presidenti delle sezioni elettorali, in modo da evitare qualunque interferenza dovuta alla - pur comprensibile - aspirazione degli scrutatori di seguire la partita tifando per la nazionale». Una risposta che Benedetta Della Vedova bolla come «inadeguata».
Il caso «Italia-Australia» si chiude in serata. In mattinata, però, si era aperta un’altra polemica: quella sul profilo sempre più politico adottato da Carlo Azeglio Ciampi che, a due giorni dal voto, torna a schierarsi sul fronte del «No» con una intervista a Repubblica. «Voterò no per difendere la nostra Costituzione. Un no ragionato, non un no acritico». Le reazioni non si fanno attendere. «L’intervista di Ciampi mi ha davvero intristito e sconcertato» commenta Sandro Bondi. Carlo Giovanardi chiede, invece, all’ex presidente della Repubblica di cancellare il timbro di «riforma fuori dalle regole». «Spero che Ciampi corregga tempestivamente l’affermazione che la riforma votata dal Parlamento sarebbe illegittima. Questo significa dichiarare fuorilegge il sottoscritto, la maggioranza del Parlamento e milioni di italiani che voteranno a favore di una riforma pienamente conforme ai principi fondamentali della Costituzione». Un punto su cui anche Calderoli polemizza apertamente. «Non capisco come si possa definire illegittima una riforma votata per 4 volte dal Parlamento e ora sottoposta al giudizio del popolo. Non mi pare di buon gusto, inoltre, il dichiarare che, se ne avesse avuto ancora la possibilità, non avrebbe comunque mai firmato e promulgato una legge del genere, cercando così di influenzare il giudizio del popolo».