Giochi, anche l'Onu boicotta la cerimonia d'apertura a Pechino

Ban Ki-moon non parteciperà alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Intanto il parlamento europeo approva una risoluzione con cui invita la presidenza Ue a boicottare l'apertura dei Giochi. Fiaccola: a San Francisco manifestazione pro Tibet (<strong><a href="/video.pic1?ID=fiaccola_francisco" target="_blank">video</a></strong>) senza incidenti

New York - Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon non parteciperà alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino, in calendario l’8 agosto. Lo ha indicato una portavoce del segretario generale, Marie Okabe, precisando che Ban non potrà partecipare per "problemi di calendario. Il governo di Pechino è già stato avvisato diverso tempo fa", ha precisato la Okabe, che non ha voluta dare nessun dettaglio in più e nessuna spiegazione supplementare.

Cina: no alla commissione sui diritti umani La Cina ha detto "no" alla missione del commissario dell’Onu per i diritti umani nel Tibet. Lo riferisce una portavoce del commissario Louise Arbour. La commissione diritti umani dell’Onu si era detta preoccupata per la repressione della rivolta nella regione ed aveva esortato Pechino a concedere l’accesso nel Tibet a giornalisti ed osservatori indipendenti.

Parlamento europeo: boicottare l'apertura Il parlamento europeo si è espresso a favore di un boicottaggio della cerimonia di apertura dell’Olimpiade di Pechino, qualora la Cina non aprisse un dialogo con il Dalai Lama sulla situazione in Tibet. "Il parlamento europeo invita la presidenza dell’Unione europea... ad adoperarsi per trovare una posizione comune all’interno dell’Ue sulla partecipazione alla cerimonia di apertura, valutando l’ipotesi di non partecipare se non vi sarà una ripresa del dialogo tra le autorità cinesi e Sua Santità il Dalai Lama", si legge nella risoluzione non vincolante approvata con 580 voti a favore, 24 contrari e 45 astensioni.

San Francisco Non è stata certo una atmosfera di pace di fratellanza quella che ha accolto a San Francisco la fiaccola dei giochi olimpici di Pechino nella sua unica tappa americana. La staffetta si è svolta lontano dal centro, sotto il controllo di migliaia di agenti della polizia di San Francisco che hanno disposto intorno alla torcia olimpica una protezione senza precedenti. Le autorità della città, dopo essersi consultate con Londra e Pargi, hanno deciso che il rischio di incidenti era "verosimile", che doveva essere evitato "al cento per cento" e che la fiaccola doveva essere protetta come se fosse un Capo di Stato in pericolo.

Il Dalai Lama: "Nessuno può zittire i manifestanti" Il Dalai Lama ribadisce la richiesta di autonomia per il Tibet e afferma che nessuno ha il diritto di "zittire" i manifestanti che chiedono la libertà per la sua regione. "Non siamo anticinesi - ha detto il leader tibetano in esilio in una conferenza stampa a Tokyo, prima di partire per gli Stati Uniti - Sono veramente molto triste che il governo mi demonizzi, sono solo un uomo, non un diavolo". Il Dalai Lama ha poi riaffermato che i dimostranti hanno diritto ad esprimere le loro opinioni, ribadendo l’invito alla non violenza. "L’espressione dei loro sentimenti è cosa loro - ha detto - Nessuno ha il diritto di zittirli. Uno dei problemi del Tibet è che non c’è libertà di espressione". Infine, il Dalai Lama ha ripetuto come "l’autonomia (in Tibet) sia solo nel nome, non è attuata in modo sincero: la crisi l’espressione del profondo disappunto (dei tibetani)". Il Dalai Lama ha detto di essere "favorevole" al fatto che la Cina ospiti i più famosi giochi al mondo, ma ai tibetani dev'essere riconosciuto il "diritto a una protesta non violenta". "L’autonomia in Tibet - ha aggiunto il Dalai Lama - è rimasta solo sulla carta e non è stata realmente favorita", ma "da parte nostra non c’è alcuno spirito anti-Cina". Il leader dei tibetani in esilio ha aggiunto di aver supportato l’ipotesi di assegnare i giochi olimpici alla Cina "fin dal primo istante".

L'intervento dell'Onu La commissione diritti umani dell’Onu ha espresso la sua preoccupazione per la repressione della rivolta in Tibet ed ha esortato Pechino a concedere l’accesso nella regione a giornalisti ed osservatori indipendenti.

Torcia relegata nelle vie di periferia Così è stato: il percorso della staffetta, tenuto segreto, è stato modificato e accorciato, la fiaccola a un certo momento è scomparsa in un magazzino per poi ricomparire successivamente non nelle zone storiche della città ma dirottata in quartieri periferici e semideserti, costantemente circondata da un drappello di guardie cinesi appositamente addestrate per proteggerla, e a loro volta protette da un imponente schieramento di agenti di polizia. Mentre sul lungomare di San Francisco attendevano da ore migliaia di manifestanti, mentre nella zona di Chinatown la comunità cinese, la più grande d’America, festeggiava con carnevali e danze tradizionali l’unica tappa americana della fiaccola di Pechino, mentre nel centro e lungo il percorso previsto si accalcavano migliaia di persone per manifestare per la libertà del Tibet, la fiaccola correva in anonime periferie controllata solo dalla telecamere degli elicotteri della CNN, che come le principali altre emittenti Usa ha seguito in diretta l’evento.

Cancellata la cerimonia di chiusura Per proteggere l’avvenimento è stata anche cancellata la prevista cerimonia di chiusura, che avrebbe dovuto svolgersi nella Baia di San Francisco. La fiaccola è stata dirottata in direzione del celebre ponte, il Golden Gate, il cui accesso pedonale nel frattempo era stato chiuso.

Ripartita la fiaccola È partito dall’aeroporto internazionale di San Francisco l’aereo che trasporta la fiaccola olimpica dei giochi di Pechino 2008. È stata annullata per il timore di incidenti la cerimonia conclusiva del passaggio della torcia nell’unica tappa negli Stati Uniti. La staffetta che ha percorso le strade di San Francisco, in un percorso cambiato per evitare la protesta contro la repressione cinese in Tibet, ha consegnato la fiaccola olimpica a un autobus che l’ha portata all’interno dell’aereo ora decollato.

La posizione di Bush In quelle stesse ore si apprendeva che il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush ha confermato che la sua posizione nei confronti dei Giochi Olimpici di Pechino non è cambiata: sarà presente. La Casa Bianca non ha precisato se il presidente Usa andrà alla cerimonia inaugurale o a quella di chiusura oppure alle gare sportive vere e proprie. Ma a Pechino ci andrà.«Non ho cambiato idea - ha detto Bush alla Tv cattolica EWTN - E se lo faccio è perchè penso di poter parlare (ai dirigenti cinesi) di libertà religiosa prima, durante e dopo i Giochi». Bush ha anche aggiunto che i dirigenti cinesi conoscono "erfettamente" la sua posizione, "che non è mai cambiata". Nei giorni scorsi da più parti erano cresciute nei confronti della Casa Bianca le pressioni affinchè Bush boicottasse i Giochi, o »almeno« non si presentasse alla loro cerimonia inaugurale. Eventualità, questa, non esclusa dalla stessa Casa Bianca solo alla vigilia della tappa americana della fiaccola. Ma nel giorno di San Francisco, proprio mentre da Londra il premier britannico Gordon Brown faceva sapere che non andrà alla cerimonia inaugurale di Pechino, si apprendeva che Bush, nell’intervista rilasciata martedi e in onda venerdi prossimo, ha ribadito che ai Giochi ci sarà. Non ha solo detto "quando", ma ci sarà.

Il Cio respira: niente incidenti Il presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio), Jacques Rogge, ha espresso il suo sollievo dopo la tappa di San Francisco della staffetta della fiaccola olimpica che si è svolta senza gravi incidenti. Rogge ha anche invitato gli atleti alla moderazione a partire dall’8 agosto prossimo all’apertura dei giochi olimpici a Pechino. Per Rogge, la staffetta di San Francisco è stata «felicemente» risparmiata dai violenti incidenti che hanno accompagnato i percorsi di Londra e di Parigi. «Tuttavia, questa staffetta non è stata l’avvenimento gioioso che noi speravamo» ha detto all’apertura del consiglio esecutivo del Cio che deve durare due giorni a Pechino. «Gli atleti in numerosi paesi sono confusi e noi dobbiamo rassicurarli. La nostra responsabilità più grande è di offrire loro i Giochi che meritano. Abbiamo 120 giorni per arrivarci» ha aggiunto.

Atleti liberi di esprimersi ma... Jacques Rogge ha tenuto a sottolineare che gli atleti sono assolutamente liberi di esprimersi, purchè non lo facciano nel quadro ufficiale dei giochi a Pechino. Poi ha ricordato che la libertà d’espressione figura nella Carta olimpica da più di 40 anni. Ma, ha aggiunto, questa stessa Carta vieta qualsiasi «manifestazione o propaganda a carattere politico, religioso o razziale» sul luogo degli avvenimenti olimpici. «Io sono molto chiaro sul fatto che gli atleti hanno numerosissime occasioni di esprimersi senza esagerare, ma semplicemente nel rispetto dell’ambiente sacro del villaggio olimpico, delle gare olimpiche o anche sul podio e così di seguito» ha detto Rogge, che ha poi invitato gli atleti a dar prova di «buonsenso» piegandosi a queste regole. «Non c’è assolutamente alcun problema perchè un atleta esprima il suo punto di vista in una intervista con i giornalisti. Può farlo nel suo paese prima dei Giochi, può farlo nel paese ospite durante i Giochi e, beninteso, dopo i Giochi. La sola cosa che noi chiediamo è che non ci sia alcuna manifestazione o propaganda a carattere politico, religioso o razziale» ha detto il presidente del Cio. Ugualmente, Rogge ha detto che gli atleti non devono essere costretti a esprimersi. «Gli atleti non hanno alcuna responsabilità per esprimersi su questioni politiche, religiose o razziali. Possono farlo, ma non hanno alcun obbligo morale a farlo. E noi dobbiamo proteggere gli atleti. La libertà d’espressione e la libertà d’informazione comprendono anche la libertà di non parlare e di non esprimersi. E questo deve essere rispettato» ha detto ancora il presidente Rogge.

Prossima tappa Buenos Aires Dopo San Francisco, la fiaccola - che i poliziotti americani hanno battezzato «la patata bollente» - è ormai diretta in aereo verso Buenos Aires.