Il gioco dei banchieri finisce con l’autogol

Mai fidarsi di quel banchiere centrale che non ha giocato a pallone ai giardinetti o all’oratorio; e che non viene dal mercato. Chi non l’ha mai fatto rischia di perdere il contatto con la realtà che lo circonda; di vivere in un mondo fatto di numeri; e di non comprendere come le sue decisioni possono avere un impatto sulla vita di ognuno di noi. Per nostra fortuna, Mario Draghi ha giocato a pallone all’oratorio (anche se il pallone era a spicchi, da basket) e viene da una banca d’affari: non a caso, sono giorni che confida la propria preoccupazione per la crisi del credito. Altrettanto non si può dire - visti i comportamenti - dei suoi colleghi della banca centrale americana (Fed) o di quella europea (Bce).
Forse ha ragione Joe Stiglitz (premio Nobel per l’Economia) quando dice che la colpa della crisi del credito planetaria è dei banchieri centrali. Prima hanno immesso liquidità sui mercati, hanno favorito gli investimenti immobiliari e fatto credere anche al più piccolo risparmiatore che poteva permettersi di comprare una casa. Poi, dopo aver creato le condizioni di una ripresa economica, hanno rispolverato il fantasma dell’inflazione e hanno alzato i tassi.
Su Alan Greenspan si raccontano tanti aneddoti. Uno ricorda che il primo indicatore economico che voleva avere ogni mattina sulla sua scrivania, appena entrava alla Federal Reserve, fosse quello relativo al consumo di cartone. Perché? Perché con il cartone si preparano le scatole per i traslochi: più aumenta il consumo di cartone, più traslochi ci sono, più appartamenti vengono cambiati od occupati. Più case si comprano e si vendono. Più l’economia cresce sulla spinta dei bassi tassi d’interesse. E dopo l’11 settembre l’economia americana aveva bisogno di riprendersi.
Tutto questo senza pensare, però, che il miraggio della casa potesse condurre gruppi bancari ad offrire mutui (da una parte e dall’altra dell’Atlantico) anche a chi oggettivamente non se la poteva permettere. Alle famiglie venivano offerti mutui a rischio (i cosiddetti “subprime”) con il pagamento della prima rata dopo un anno. E con tassi d’interesse irrisori. Così la bolla immobiliare si gonfiava.
Quando l’economia si è ripresa, i banchieri centrali si sono ricordati che il pericolo numero uno di ogni banchiere che si rispetti (in America come in Europa) è l’inflazione. Ed hanno iniziato gradualmente, ma continuamente, ad alzare i tassi d’interesse per bloccare sul nascere un fantasma, quello dell’inflazione, mai realmente palesato. Non in Europa, dove la crescita media dei prezzi resta intorno al 2%. Il risultato è che chi aveva contratto un mutuo, senza essere oggettivamente nelle condizioni di sottoscriverlo, ha smesso di pagare il rateo; anche perché, nel frattempo, non solo erano aumentati i tassi, ma era finito il suo anno di mutuo gratis.
Il risultato è nelle pagine di cronaca. E nell’andamento dei titoli azionari delle banche. In Germania è saltata una banca controllata da un ente pubblico. Ed è saltata perché particolarmente esposta con mutui ipervantaggiosi concessi negli Stati Uniti. Il contagio, trasmesso dagli Usa, è stato più rapido di un «worm» informatico. Anche perché, le banche Usa che emettevano mutui “subprime”, appena firmati, li cartolarizzavano con tutte le banche del mondo. Da qui, il contagio all’Europa e le forti perdite del mercato azionario. Conseguenza: in breve tempo il mercato del credito è rimasto senza credito.
Ora le banche centrali (le stesse che, alzando i tassi per il pericolo inflazione, hanno rastrellato liquidità dal sistema) stanno pompando liquidità nel sistema con livelli superiori a quelli a cui ricorsero all’indomani dell’11 settembre.
Vale a dire: prima hanno messo liquidità (con i bassi tassi d’interesse); hanno alimentato la bolla immobiliare (in Italia gonfiata anche dallo scudo fiscale); hanno alzato i tassi per paura dell’inflazione, facendo così esplodere la bolla per i crac dei mutui subprime; ora stanno reimmettendo liquidità nel sistema e già si dà per scontato una prossima riduzione dei tassi americani. Insomma, hanno fatto tutto da soli. Forse solo perché non hanno mai giocato a pallone ai giardinetti o all’oratorio e non conoscono davvero il mercato.
Fabrizio Ravoni