Il gioco delle tre tavolette

L’appassionato e veemente intervento di Silvio Berlusconi al convegno di Vicenza della Confindustria è andato al cuore delle forze che alimentano e sospingono lo sviluppo economico. Il motore di questo processo è costituito dagli imprenditori, dai veri imprenditori che ricercano continuamente, senza risparmio di energia e di ingegno, l'innovazione di un sistema che è dinamico per sua natura, nella sua essenza, e che genera la forza che lo trasforma incessantemente.
Ma ci vuole, per questo, una «visione» politica e sociale capace di costruire un sistema coerente, alternativo a un quadro istituzionale altrettanto nettamente opposto ad altri sistemi che sono contro lo sviluppo, lo frenano, lo impediscono. Berlusconi, al nocciolo della questione, parlando da imprenditore a imprenditori ha suscitato con estrema e franca energia questa questione centrale, ricevendo dalla maggior parte di loro entusiastiche ovazioni perché proprio in essa riconoscevano se stessi e la loro autentica funzione sociale (e politica).
Non è possibile sbagliare fra questa concezione e ogni altra opposta. La differenza è netta. Non si tratta di piloti e di macchine. Si tratta di quello che gli italiani vogliono per il loro futuro: l'interazione fra «uomini e macchine» è in questo senso totale. La straordinaria energia di Berlusconi è esplosa, a ben vedere, sulle forze vive, sui «motori» dello sviluppo. Ma allora, certe propensioni e richieste dilettantesche degli attuali vertici della Confindustria, sfidati a viso aperto, anzi a contatto fisico del presidente del Consiglio, emergono come proposte che dicono molto di più della loro pretesa autonomia: autentici giochi delle tre tavolette.
Il loro manifesto per le imprese s'impernia su cinque priorità per lo sviluppo, come se questi obiettivi fossero indipendenti dal sistema. Ma che cosa vuol dire affermare l'esigenza di «una nuova fase costituente», che ci riporterebbe niente meno che al 1948? A parte il disarmante analfabetismo costituzionale, che altro potrebbe voler dire: siamo dall'altra parte, per un sistema che nega intrinsecamente le radici dello sviluppo, però vogliamo qualche miglioramento a nostro particolare vantaggio. Ma dopo l'accettazione da parte di Prodi del programma della Cgil, non ci può essere alcun dubbio per gli uomini e le donne di buona fede. Sarà un sistema programmato, non di mercato; e liberalizzazioni, competitività, concorrenza potranno forse concedersi proprio a quei «poteri forti» privilegiati (e che a Vicenza, davanti a Berlusconi che li travolgeva come un fiume in piena tenevano gli occhi bassi).
Giacché su questo non c'è dubbio, con gente che non commemora Marco Biagi e rinvia alle calende greche il decentramento dei contratti di lavoro, per non parlare di quelli aziendali, il quadro non può essere falsificato. Un altro imbroglio è la concertazione in senso stretto: si discute, si riflette, poi si decide: sì, ma quando e con quali veti? Quanto al declino economico, possibile ma non inevitabile (come ha incominciato a definirlo al Forex di Cagliari il governatore della Banca d'Italia), esso incombe se mai, se staremo accecati con le mani in mano, dalla metà del '93. Ed ancora adesso lo stralodato Bollettino dell'Istituto confronta i dati dell'ultimo decennio: guarda caso, nonostante le diverse fasi congiunturali (favorevoli al centrosinistra) il risultato è migliore per il centrodestra, che sta costruendo un'Italia moderna, competitiva, all'altezza dei tempi.
Come mai alcuni vogliono consegnarsi alla restaurazione e giocare contro lo sviluppo? Lo ha detto, fuori dai denti, Berlusconi sabato a Vicenza.