Il gioco di Grillo è durato poco. L'antipolitica l'ha già scaricato

Si usa dire che il ragionier Beppe Grillo sia un populista e non, come parrebbe, un demagogo. L’adunata di ieri a piazza Farnese confermerebbe in pieno il distinguo: un migliaio di persone, ovvero quattro gatti. A dimostrazione che Grillo (e Di Pietro, non dimentichiamo Di Pietro) hanno perso quello che è il succo della demagogia, la facoltà di incantare e trascinare le masse. Beppe Grillo (e Di Pietro, mai dimenticare Di Pietro) non incanta più. Non trascina più: il grillismo, come il dipietrismo e ci aggiungerei il travaglismo, hanno fatto il loro fugace tempo. E i grillini come i dipietrini e i travaglini, “ini” sono e “ini” restano. Secondo me, poi, l’ultimo Beppe Grillo o se preferite il Grillo post «Vaffa», manco populista è, ma semplicemente un rivoltista: egli vorrebbe, in sostanza, rivoltare l’Italia come un calzino, in ciò ricordando una celebre espressione del suo compare di carnevalate. Antonio Di Pietro, appunto, sempre lui, perché Dio li fa, poi li accoppia. Il fatto è che fino a quando Grillo ha vestito i panni del guitto ha avuto il suo bel seguito. Perché si debba ridere a una battuta - una a caso del repertorio - come: «Il giorno del mio matrimonio è stata la serata in cui ho guadagnato meno in tutta la mia vita» è un mistero imponderabile. Però c’era gente che vi rideva. Qualcuno anche a crepapelle. Quando invece si rimpannucciava con la palandra del moralista, dell’implacabile e acido fustigatore di costumi epperò «impegnato nel civile», solo buchi nell’acqua, otteneva. E il suo popolo, a sentirlo menare il torrone contro la pubblicità, tanto per fare un esempio, s’assottigliava. In pratica, se la squagliava. Pensò allora bene, il Nostro, di riacchiapparlo e al tempo stesso redimerlo buttandosi in politica. E fu l’elegante e garbato «Vaffa Day». Un successo sì, ma solo firmaiolo (così come il sigaro e la Croce di Cavaliere, una firma, qui da noi, non si nega a nessuno): magari l’iniziativa «sfondò» nella così detta blogosfera, ma sul campo ovvero nei fatti, poca o punta roba. Oltre tutto indispettì i «sinceri democratici», i girotondini e financo il panchopardesco ceto medio riflessivo. Per dire di come il vaffa gli fece perdere consenso: un memorabile «j’accuse» gli giunse sferzante, via Micromega, persino da quella lucida e pensosa mente, da quel popò di coscienza critica della nazione che è Daniele Luttazzi. Giunge sempre il momento, per l’uomo pericolante e un po’ - mi si passi l’espressione, sputtanato - di riciclarsi. Oggi si dice «rimettersi in gioco», ma è la stessa cosa. Bene, il ragionier Beppe Grillo a rigiocare al comico non parve onorevole. Ben altre le sue ambizioni che non quella di trastullare con qualche freddura il pubblico pagante. Nonostante la concomitanza del nomen-omen, neanche a parlarne, poi, di seguitare a battere la strada del grillo (grullo?) parlante denunciando, com’egli fece, l’ignominia degli spazzolini da denti non riutilizzabili una volta consunti dall’uso. Faccenda che a conti fatti non faceva né cassa né audience.[/TESTO][TESTO] Gli restò la politica: detto in altro modo, l’arrembaggio al potere. E fu così che indossato un abito di scena nuovo di zecca, quello del sanculotto, diede corso al rivoltismo: rincalzare il Paese, sciacquarlo ben bene per poi riassettarlo facendo leva sulla qualunquistica «democrazia dal basso». Cominciando con l’asserire che non essendo presieduto da Antonio Di Pietro, «l’unico che fa opposizione mentre il Parlamento è chiuso», il governo in carica risulta incontestabilmente «abusivo, anticostituzionale, illegale». E seguitando, così da dare subito ad intendere che lui, Grillo, non guarda in faccia a nessuno, col dire che Veltroni è «uno scemo» (e che Brunetta è un iPod nano, che Tremonti è “Tre-morti” eccetera eccetera, tutte preclare manifestazioni della democrazia dal basso. Molto ma molto basso). Grillo in versione sanculotta e la sua consunta compagnia di giro hanno avuto ieri, in piazza Farnese a Roma, il battesimo del fuoco. Neanche a chiamarlo fuocherello ci si avvicinerebbe al vero. Muoveva alla pietas udirlo latrare a vanvera dal palco, muoveva a civile apprensione vedergli inturgidirsi il sistema coronarico nel belluino sforzo di trascinare con la sua casermesca eloquenza gli “ini” che stavano nei pressi. E quando è suonato finalmente il momento del tutti a casa, a casa se ne è andato anche Grillo e il grillismo, pittoresco accidente che per un po’ ha distratto l’antipolitica, ma per il quale è valsa la regola del bel gioco che ha da durare poco. Nella blogosfera magari potrà ancora far presa e tirare su palanche, ma nelle piazze il ragionier Beppe Grillo non è più nessuno. Out.