Gioco pericoloso

Perché gli hezbollah hanno attaccato Israele ieri mattina? Se si avesse la risposta a questo quesito si potrebbe ipotizzare la possibilità - o meno - dello scoppio della sesta guerra arabo-israeliana. Gli israeliani sapevano che gli hezbollah preparavano un attacco. Avevano allertato le loro truppe lungo il confine libanese. Questo dimostra, come nel caso del fortino a Keren Shalom, al confine con Gaza, che il livello di guardia del sistema difensivo israeliano si era pericolosamente abbassato. Inoltre dal momento che gli hezbollah nel Libano lavorano in stretta collaborazione con il comando di Hamas a Damasco, è possibile che quest’ultimo abbia percepito nel decidere la sua azione che il fronte di resistenza palestinese a Gaza stava crollando. Il caporale Shalit stava dunque per essere restituito e questo avrebbe rappresentato un successo per Israele ma soprattutto una rottura fra Hamas a Gaza e il suo comando supremo a Damasco.
Tutto questo però fa già parte del passato per due ragioni. La prima è che, contrariamente a quanto avveniva a Gaza - coi lanci dei missili da una zona evacuata da Israele ma di fatto ancora sotto il suo controllo - lo scontro lungo la frontiera libanese riconosciuta dall’Onu come frontiera definitiva fra due Stati sovrani rappresentava un atto di guerra a cui diventava lecito e obbligatorio rispondere con un altro atto di guerra. Se questa offensiva si limiterà alla distruzione delle basi degli hezbollah nel Sud del Libano oppure dilagherà verso il Nord e forse anche verso la Siria, nessuno in questo momento può ancora dire.
La seconda ragione è legata al cambiamento di regole del gioco. A Gaza il governo israeliano aveva commesso l’errore di usare la cattura del caporale Shalit come pretesto per cercare di mettere fine ai bombardamenti di missili, situazione inaccettabile per qualunque Stato sovrano. Il risultato però è stato che operazioni come la distruzione della centrale elettrica di Gaza venissero interpretate dall’opinione internazionale come una punizione collettiva della popolazione civile mentre il suo scopo - non spiegato abbastanza dai portavoce del governo di Gerusalemme - era quello di tagliare l’erogazione di elettricità alle decine di officine in cui venivano preparati missili artigianali che giornalmente colpivano Israele.
Gli hezbollah invece operano dal territorio di uno Stato sovrano in guerra ufficiale anche se non attiva con Israele. Il Libano non può dunque sottrarsi alle sue responsabilità come cerca di fare il debole presidente palestinese Abu Mazen (che ha minacciato di dimettersi sentendosi ormai completamente esautorato) o il premier palestinese Hanjeh, diviso fra i suoi obblighi verso la popolazione di Gaza e quelli politici e ideologici verso il comando di Hamas a Damasco. Di conseguenza c’è da credere che la risposta israeliana sarà diretta contro il governo di Beirut molto più che contro gli hezbollah lungo la frontiera, il che porterà all’intervento dell’Onu - che in Libano ha un corpo di osservatori - a pressioni della Francia e degli Stati Uniti sul governo di Beirut che ha bisogno del loro sostegno per terminare il contenzioso legato all’assassinio del premier Hariri per mano siriana.
È nel collegamento politico fra Damasco e Beirut che potrebbe trovarsi sia la soluzione (temporanea) della crisi attraverso una mediazione siriana per la restituzione dei soldati israeliani catturati, più efficace di quella dell’Egitto a Gaza. Ma il contrario potrebbe essere vero trasformando questo ennesimo incidente di frontiera in un conflitto allargato nel Medio Oriente.
La mobilitazione delle riserve israeliane da parte del governo Olmert è spiegabile tanto come un avvertimento di un esecutivo forte, deciso ma conscio delle sue responsabilità nei confronti del Libano; potrebbe però anche essere pericolosamente interpretato dagli arabi come un gesto di forza di un governo debole in cerca di un consenso nazionale che ancora gli manca.