Un gioco di scatole cinesi per far sparire i soldi

Il denaro finiva alle Cayman e in finanziamenti a società fasulle. In 3 giorni i magistrati milanesi svelarono il trucco

da Milano

L'inchiesta che svelò il più grande crac finanziario d'Italia parte formalmente alle 23,55 del 18 dicembre 2003, quando la Consob spedì un esposto alla Procura di Milano. Lo ricevettero i pm Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino. Dopo tre giorni di interrogatori (furono ascoltati gli uomini chiave, a partire dall'ex direttore finanziario Fausto Tonna), i magistrati dissero: «Abbiamo capito quasi tutto». Tre giorni in cui Tonna e i suoi, tra un interrogatorio e l'altro, si dedicarono a distruggere carte e sfasciare i computer a martellate. Sabato 27 dicembre Calisto Tanzi fu arrestato nel centro di Milano, il 31 altre sette persone tra cui Tonna e il 17 febbraio 2004, in una seconda retata, anche i figli di Tanzi, Stefano e Francesca.
La Commissione di controllo sulla Borsa aveva acceso un faro su Parmalat il 6 novembre. Da mesi crescevano gli interrogativi sui prestiti emessi da Collecchio, cresciuti a dismisura, e i timori sulla liquidità del gruppo. La Consob chiese dunque a Tanzi di chiarire come intendeva onorare le scadenze. La nota di risposta intendeva mostrare che Parmalat poggiava su solidissime basi finanziarie: essa svelò l'esistenza di un fondo di investimento alle isole Cayman, il famoso fondo Epicurum, nel quale erano stati investiti 496,5 milioni di euro in meno di due anni.
Altri 819 milioni di dollari erano a disposizione tramite «participation agreement», cioè operazioni di finanziamento tra nove società del gruppo. Non si sapeva ancora che esse erano in realtà le «scatole vuote» usate per fare arrivare i soldi da Parmalat a Parmatour, e che Epicurum era la discarica finanziaria del gruppo dove venivano occultati i mancati rientri dei prestiti.
Il giorno dopo, l'11 novembre 2003, si seppe che anche la società di revisione Deloitte & Touche aveva manifestato fortissimi dubbi sulla contabilità di Parmalat. Il titolo perse il 15 per cento. Per tranquillizzare gli investitori, Collecchio replicò con una seconda nota in cui annunciava l'intenzione di recuperare entro 15 giorni le quote di Epicurum. Ma l'8 dicembre Epicurum dichiarò di non poter liquidare Parmalat. E fu il crac.
Il titolo venne declassato e sospeso per tre giorni; alla riammissione perse il 47,4 per cento. Tanzi tentò di parare il colpo cooptando Enrico Bondi come superconsulente. Invano: Tanzi fu costretto a lasciare.
Il 16 dicembre si fece da parte e Bondi si insediò come presidente e amministratore delegato. Il 19 Bank of America, la seconda banca più grande del mondo, denunciò il falso più clamoroso, negando che esistesse un conto da 3,9 miliardi di dollari intestato alla Bonlat, una delle nove finanziarie estere fantasma. Ma la Procura di Milano aveva già messo le mani sulla fabbrica dei debiti.
Tuttavia i pm milanesi potevano indagare soltanto sui reati finanziari (aggiotaggio, falsa revisione, false comunicazioni alla Consob), così per la parte penale (bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, associazione a delinquere) intervenne la Procura di Parma. Si svilupparono due inchieste parallele, con Milano che teneva più di un occhio sull'attività dei pm di Parma. Tra cui la stessa Silvia Cavallari, che due anni prima aveva archiviato tutto.