Dopo la gioia, l’incubo: e se torna il beduino?

Tripoli Agli angoli di ogni strada ci sono giovani uomini armati. Sono seduti su qualche vecchia sedia sgangherata, oppure appoggiati a un albero all’ombra. Ogni tanto, scattano in piedi impugnando i loro fucili. Si combatte ancora, a diversi isolati dal quartiere di Zawiyat Dahmini, a pochi passi dal lungomare di Tripoli. Il suono dell’artiglieria pesante rimbomba senza sosta nella città e alte colonne di fumo si sollevano da diverse parti della capitale.
Martedì sera, i ribelli sono entrati a migliaia nel grande compound di Bab el Azizia, quartier generale del Muammar Gheddafi e del suo entourage, dopo una battaglia durata molte ore. All’interno hanno trovato e portato via di tutto - armi, pistole in oro, uniformi militari. Ma tra quelle mura, crivellate dai colpi di proiettili, non hanno trovato il Colonnello, che secondo fonti ribelli ora si troverebbe nascosto da qualche parte a Tripoli. «Non vive qui, vive sotto terra», ha gridato martedì sera un giovane ribelle, mentre attorno, nel compound di Bab el Azizia, i colpi di arma da fuoco in celebrazione si confondevano con quelli sparati dai sostenitori di Gheddafi, non ancora totalmente scacciati dalla zona.
E ieri mattina, per la terza volta in poche settimane, il Colonnello ha fatto sentire la sua voce in un messaggio radio. Ha detto di essere pronto al «martirio o alla vittoria» e ha definito la cacciata delle sue forze da Bab el Azizia un «ritiro tattico». Nonostante un portavoce militare dei ribelli, Abdallah Abu Afra, abbia assicurato ieri che le forze rivoluzionarie sono ora in controllo del 95 per cento della Libia, le parole dell’uomo che per 42 anni ha governato il paese creando un clima di terrore hanno rafforzato la paura degli abitanti di Tripoli.
In città, le celebrazioni vanno avanti. Nella piazza Verde, simbolo del regime, dove il colonnello amava farsi riprendere circondato da sostenitori, arrivano a decine giovani uomini armati ma anche famiglie ammassate nelle loro automobili, tra suoni di clacson e scariche di fucile. Ma Najwa Omar Muhammed pensa che Gheddafi possa presto tornare: «Abbiamo sentito il suo discorso», dice alla guida della sua auto. Accanto a lei, l’anziana madre, appena recuperata dal quartiere di Abu Slim, dove si combatte ancora e dove «ogni ragazzino, anche di 14 anni, ha una pistola».
In città la battaglia non è finita e le forze di Gheddafi scaricano artiglieria pesante su alcuni quartieri della capitale. Ieri ci sono stati scontri a pochi passi dal compound di Bab el Azizia e vicino all’hotel Rixos, dove durante tutti i giorni degli scontri a Tripoli più di 30 giornalisti stranieri sono rimasti imprigionati, costretti a restare all’interno del lussuoso albergo a cinque stelle da uomini armati fedeli al regime, mentre fuori si combatteva e dentro le scorte di acqua e cibo diminuivano ora dopo ora. Le televisioni satellitari hanno mandato in onda le immagini dei reporter raggruppati nei sotterranei del grande hotel vuoto, con addosso i giubbotti anti-proiettile e gli elmetti, mentre attaccavano alle porte cartelli con la scritta: «Stampa, non sparare». Ieri, grazie all’intervento del Comitato internazionale della Croce rossa, i reporter sono stati liberati, tutti incolumi.
«Se non avessimo paura non saremmo in strada con i fucili», spiega Abdel Nasser Mohammed, un giovane di 39 anni, membro di un gruppo di vigilanza di cittadini del suo quartiere. È seduto al lato della strada e ferma ogni automobile che vuole andare oltre. In ogni zona di Tripoli, gli abitanti hanno formato piccoli gruppi armati per garantire la sicurezza delle proprie strade. «Finché non vedremo in televisione che Gheddafi è stato arrestato, avremo paura e non ci fideremo neppure delle persone cresciute nel nostro stesso quartiere», spiega Abdel Nasser.