Gioielliere indagato, schiaffo agli onesti

di Paolo Granzotto

Categoricamente escluso che l’avviso di garanzia inviato a Remigio Radolli possa esser considerato un atto dovuto, restano due soli i motivi che possono aver indotto la Procura di Monza a iscrivere il gioielliere di Cinisello Balsamo nel registro degli indagati. Il primo, quello esposto da Maurizio Laudi, segretario nazionale di Magistratura indipendente: la mancanza di coraggio nel distinguere la vittima dal carnefice. Coraggio che vien meno, questo lo aggiungiamo noi, quando si è consapevoli che quel tipo di scelta, senza se e senza ma, non è ritenuto politicamente corretto da quella parte della Magistratura e della società civile con un debole ideologico per l'emarginato, il migrante e il clandestino che, ove mai dovesse commettere un reato, colpa non ne ha o ne ha assai poca in quanto indotto a delinquere dall'egoismo sociale. Il secondo dei motivi si riconduce all'avvertenza che quel 16 aprile scorso ci sentimmo un po' tutti dei Remigio Radolli. Non una questione di solidarietà, ma proprio di identità in un moto di collettiva ribellione non soltanto all'imperversare di una criminalità d'importazione sempre più brutale. Ma anche, ma soprattutto, a un sistema giudiziario che le garantisce un'estesa impunità, che tale resta, in caso di condanne severe, dalla vaporosità di quel caposaldo della Legge che è la certezza della pena. Da questo punto di vista, l'avviso di garanzia inviato a Remigio Radolli era virtualmente indirizzato, e non per semplice conoscenza, anche a tutti noi, in una visione etica della giustizia che ha invece il solo esclusivo compito di farla, la giustizia. Applicando la legge, nel nostro caso l'articolo 52 del Codice penale titolato «Della difesa legittima».
Nessuno vuol trasformare i centri urbani - e le campagne disseminate di ville e casolari - in un far west, come invece la sussiegosa demagogia di sinistra dà a intendere prefigurando arsenali privati e cittadini dal grilletto facile. Nessuno invoca giustizie sommarie e meno che mai tribunali del popolo in udienza all'ombra della forca. Né ci si illude che la criminalità - organizzata, disorganizzata, grande, piccola o micro che sia - possa essere sbaragliata definitivamente e non far più parlare di sé. Ma favorirla, foss'anche in buonissima fede, foss'anche per carità cristiana dandole sempre nuove chanches di agire e successivamente di farla franca, questo no. Rassegnarsi alla consuetudine di spogliare il delinquente dei suoi attributi negativi facendolo diventare da aggressore ad aggredito sostenendo che la reazione alla sua violenza eccedeva il dovuto e di conseguenza stabilendo che solo il ritrovarsi cadavere autorizza una non eccedente e quindi legittima risposta, questo mai.
Poco importa se poi cadrà nel nulla, ma l'avviso di garanzia a Remigio Radolli è suonato come uno schiaffo in pieno viso agl'italiani che nonostante tutto seguitavano a confidare in una Magistratura schierata al fianco dei cittadini. E che vedono in quell’atto giudiziario non l’inevitabile prodotto di una procedura cavillosa, ma il tentativo di alleggerire, ancor prima del processo, la posizione di Blerin Mani e di Roland Kaci, i due albanesi autori della sanguinosa aggressione all’orefice di Cinisello Balsamo. Una percezione che dev’essere smentita subito, con autorità e parole molto chiare perché guai se dovesse venir meno anche quel po’ di assegnamento in coloro che amministrano la giustizia. Allora sì che si aprirebbero le strade del far west.