Il gioielliere Maiocchi «Se ricapitasse sparerei di nuovo»

«Sbagliato accusare me e mio figlio di omicidio. Non sapevamo che i banditi fossero disarmati»

«Lo rifarei in qualsiasi momento mi sentissi in pericolo». Parola del gioielliere Giuseppe Maiocchi, quattordici mesi dopo. Poca voglia di tornare indietro a quel 13 aprile, quando un ladro, dopo aver spaccato la vetrina del negozio di via Ripamonti, stava per impossessarsi di alcuni orologi esposti. Desiderio di dimenticare quell’episodio che lo vede accusato di omicidio volontario assieme al figlio Rocco, che, materialmente, sparò il colpo che uccise il ventunenne Mihilo Markovic.
Ma ieri come oggi, Giuseppe Maiocchi, ha una certezza: «In quel momento mi sentivo in pericolo e ho sparato. Lo rifarei. Mi spiace, dipende dal carattere e io sono fatto così. Giro da vent’anni con la pistola legalmente posseduta e non ho mai sparato a nessuno». Maiocchi dai microfoni di Telelombardia fa sapere che l’accusa di omicidio volontario formulata dal pm Roberta Brivio che ha chiuso le indagini e chiesto il rinvio a giudizio è sbagliata, «io e mio figlio volevamo solo difenderci». «Quello che abbiamo fatto non è quello di cui ci accusano. Dopo aver sparato il primo colpo, il montenegrino Mihailov Markovich che era dentro l’automobile ha avuto tutto il tempo per arrendersi, per alzare le mani e mostrare che era disarmato. Ma invece ha continuato a frugare dentro il cruscotto e questo ci ha fatto immaginare che avesse un’arma. Poteva rivolgerla contro di noi. Eravamo in pericolo e io e mio figlio ci siamo difesi».
Ricostruzione della dinamica di quella sparatoria, schegge di memoria che ora toccherà al giudice per le indagini preliminari valutare e, quindi, decidere se firmare o no il rinvio a giudizio. Fotografia già contenuta nelle perizie e nelle consulenze della polizia scientifica: dentro la Ford Escort dei rapinatori, che si è poi rivelata rubata, non c’erano armi. Fatto che i due gioiellieri non potevano sapere: «In quei secondi drammatici come facevamo a interpretare correttamente quello che stava facendo quel giovane?». Domanda seguita da «senno di poi»: «È facile dopo concludere che stava tentando di accendere il motore... ma questo, noi, non potevamo saperlo».
Già, i due rapinatori, il montenegrino e il complice, non erano armati e non li avevano minacciati e nemmeno erano entrati nel negozio puntando armi. Tuttavia, senza pensare troppo alle conseguenze, padre e figlio Maiocchi, li hanno rincorsi - dopo la spaccata della vetrina - sul marciapiede sparando. Uno dei due, quello a piedi, era poi riuscito a scappare. L’altro fu ucciso da un colpo alla testa mentre stava tentando di accendere l’auto e morì dopo tre giorni di coma, «ma noi non potevamo sapere che stava tentando di mettere in moto quella vettura, noi eravamo in pericolo e ci siamo difesi».

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