Gioielliere uccide la moglie e poi si impicca in casa: il figlio non si accorge di nulla

MESSAGGIO Prima di togliersi la vita l’uomo ha scritto una lettera per scagionare il ragazzo

Canino (Viterbo)Nessun urlo, nessun lamento. Si consuma nel silenzio l’ennesimo dramma familiare, un omicidio-suicidio a Canino, paese di 4mila anime in provincia di Viterbo. Giuseppe Bondi, gioielliere 55enne con problemi di depressione, ieri prima dell’alba, verso le 5, si è svegliato nella sua casa di Canino, in provincia di Viterbo, e ha ucciso a roncolate la moglie, Lorena Zampetti, 50 anni, colpendola violentemente alla gola e poi alla testa dopo aver tentato, invano, di soffocarla con un cuscino. Quindi ha vergato poche righe su un foglio e infine si è tolto la vita, mettendosi una corda al collo e lasciandosi cadere nella tromba delle scale.
I vicini non si sono accorti di nulla. Il figlio che viveva con la coppia, nemmeno. Ma è stato lui a scoprire la tragedia quando alle 9.30 del mattino si è trovato davanti i corpi senza vita del padre e della madre. E a quel punto ha telefonato ai carabinieri.
Pochi dubbi sulla dinamica. Anche perché nel biglietto Bondi ha scritto una «confessione» esplicita: «Sono stato io, mio figlio non c’entra». Un modo, ritengono gli inquirenti, per scagionare il ragazzo, per evitare che si potesse ipotizzare un movente a carico del figlio, considerato che Bondi, orefice, era decisamente benestante: dopo aver iniziato l’attività con una gioielleria a Canino, si era espanso con altri due punti vendita a Montalto di Castro e a Tarquinia.
Sul perché dell’omicidio-suicidio gli investigatori avanzano al momento solo ipotesi. La più accreditata è, appunto, quella della depressione dell’uomo, confermata anche dal figlio, combinata alla malattia di sua moglie. A Loredana Zampetti infatti quattro anni fa era stato diagnosticato un tumore al seno. Dopo l’intervento chirurgico la donna non aveva avuto ricadute, ma questa sua presunta precarietà aveva fatto ripiombare il marito in depressione. Proprio ieri Loredana aveva appuntamento in ospedale per un controllo periodico delle sue condizioni. E forse il marito temeva di perderla. Per il figlio era questa l’ossessione: «Stavano sempre insieme, sia sul lavoro sia nel tempo libero: mio padre era terrorizzato all’idea di rimanere solo», ha spiegato il 28enne. Anche il padre dell’imprenditore, orafo pure lui, negli anni ’80 si tolse la vita in seguito a una forma depressiva.
Il biglietto lasciato dall’omicida prima di togliersi la vita, intanto, è stato posso sotto sequestro dal magistrato, che ha anche ordinato un accertamento dello stato patrimoniale della famiglia che però, come detto, non dovrebbe riservare sorprese.