La gioiosa macchina da guerra targata Curzi

Turi Vasile

Sandro Curzi, dietro quella bonomia tollerante che lo rende simpatico a molti, è stato sempre uomo tutto di un pezzo. Noi abbiamo l’età per ricordarci molto bene di quel che diceva agli italiani da Radio Praga, più che un patriota era un fanatico dell’Armata Rossa. E tale è rimasto anche quando l’Armata ha cambiato, forse non del tutto, colore. Andato per premio a dirigere Raitre, da lui trasformata in TeleKabul, tutti apprezzarono il suo zelo. Lo stesso giovanilistico zelo egli mette oggi svolgendo il ruolo di presidente, sia pure provvisorio, della Rai. Chiamato a sé il direttore generale Cattaneo discute di palinsesti, di programmi, di presentatori con una inclinazione per un maggiore impegno culturale. È così preso dalla sua missione che tiene persino un diario, non molto privato per la verità perché affidato a puntate su un importante quotidiano nazionale e destinato, nelle intenzioni, a futura memoria. Per questo è bene che si decida a scrivervi una pagina indelebile sul suo passaggio al settimo cielo di viale Mazzini: il reintegro in Rai di Enzo Biagi e di Michele Santoro. Deve anche sbrigarsi prima che sia troppo tardi; noi aspettiamo l’evento col fiato sospeso.
Le elezioni politiche sono alle porte; la campagna elettorale è virtualmente cominciata; si sente il bisogno urgente che sia colmato il vuoto lasciato da quei due protagonisti quattro e passa anni fa. La loro appassionata campagna fu determinante per l’esito delle elezioni, anche se si volse a favore di Berlusconi di cui alla prova dei fatti poterono considerarsi suoi grandi elettori, ricevendone - ingratitudine umana! - una sconfessione. Ora il presidente Curzi può e deve riabilitarli per esaudire le pressanti e insistenti richieste della sinistra alla quale egli meritevolmente appartiene. Durante il suo esilio in patria Enzo Biagi ha avuto modo di affilare le armi; il suo è diventato un caso clinico con punte monomaniacali; non c’è argomento da lui affrontato col sostegno della enciclopedia delle citazioni, che gli impedisca di scoccare la sua freccia al curaro contro Berlusconi. Certo non fa sempre centro, la mano è un po’ incerta, la mira imprecisa. Non importa. Sospinto dal venticello rossiniano egli è certo che calunniando calunniando qualche cosa resterà. E qualche cosa nel 2001 è rimasta; chissà che qualche cosa non resti ancora nel 2006.
Di Santoro rimpiangiamo la visione irriducibilmente esplicita delle cose trattate. Peccato che sia così faziosa da risultare per nulla convincente anche quando, per caso egli ha ragione. Ricordiamo un suo special sul Sud d’Italia; lui lo vedeva brutto, sporco e cattivo. In compenso pare che quell’anno il turismo meridionale abbia avuto un considerevole incremento.
Delle altre trasmissioni politiche è inutile parlare; tutti ricordano il viso livido di Santoro tradito a volte dal sorriso sottile del gatto che ha ingoiato il sorcio. Il suo era un magnifico gioco di squadra, un team di compari contribuiva affinché il trucco che c’era non si vedesse e magari invece si vedeva lo stesso. Tutti ora dovrebbero essere reintegrati. E nel caso in cui il presidente dei giorni contati ci riesca riammetta Luttazzi, per piacere. Anche quest’ultimo, come l’Arturo della breve commedia di Shaw, portò la sua pietruzza. Egli è un umorista forbito, un po’ maleodorante, ma tutto, come si suol dire, fa brodo. Possa dunque Curzi, affrettandosi, ricostruire la gioiosa macchina da guerra e come la ciliegina sulla torta riaccolga i Pifferi, quelli che andarono a suonare in montagna e furono suonati. Forse, chissà, potrebbero concederci il bis.