Giolitti Trasformista ma almeno innovatore

Molte le critiche al politico che egemonizzò un’intera stagione

Di Giovanni Giolitti, Mario Missiroli scriveva nel 1922: «Si può essere contrari alla sua politica obliqua, ma, giudicando con animo sereno di storico, la sua opera, bisogna riconoscere che egli è stato il maggiore uomo di governo che abbia avuto l’Italia, dopo Cavour». Con queste parole il grande giornalista sintetizzava la carriera politica di uno statista che egemonizzò un’intera stagione della politica italiana. Ministro del Tesoro nel gabinetto Crispi nel 1889, Presidente del Consiglio nel 1892, poi Ministro dell’Interno nel governo Zanardelli, tra il 1903 e il 1914, Giolitti ricoprì per ben tre volte, e quasi ininterrottamente, la suprema carica istituzionale, trasformando letteralmente il volto della nazione con una serie di riforme di struttura. Tra esse, il sostegno all’espansione della grande industria ma anche la lotta ai più ingombranti monopoli privati, la conversione della rendita, l’esercizio delle ferrovie da parte dello Stato, l’incanalamento del risparmio privato nell’amministrazione finanziaria pubblica, la creazione del sistema assicurativo di invalidità e vecchiaia, la legge sulle municipalizzazioni, una migliore organizzazione scolastica, la limitazione, per legge, del lavoro notturno e minorile. Con la riforma elettorale del 1912, Giolitti realizzò, inoltre, il suffragio universale (maschile), premessa all’inserimento delle masse nella vita dello Stato. Attiva e fattiva anche la sua opera nel campo della politica estera, con la conquista della Libia nel 1911 e la rinegoziazione a nostro favore delle clausole dell’alleanza che ci legava al Reich germanico e all’Impero austroungarico.
Tutto positivo dunque il bilancio della sua opera di governo? Assolutamente sì, almeno ad ascoltare il giudizio storico concordemente emesso, nel secondo dopoguerra, da Croce, Carlo Sforza, Giovanni Ansaldo e persino da Togliatti che avrebbe lodato Giolitti per aver avvertito l’esigenza di una rapida integrazione politica dei «ceti popolari». Questo coro di elogi insospettiva però Salvemini, che nel 1910 aveva denunciato in Giolitti il «ministro della malavita». Assai diversa era stata infatti, prima e dopo la Grande Guerra, l’opinione dei maggiori intellettuali italiani sullo statista piemontese: da Salvemini, appunto, a Giovanni Amendola, Gentile, Omodeo, Volpe, Prezzolini, Soffici, Malaparte, Gobetti, Gramsci.
A Giolitti essi rimproverano uno snaturamento globale delle strutture istituzionali. L’apparato dello Stato, sempre manovrato in stretta simbiosi con le fortune del governo. Il Parlamento, gestito come sede di un’aggregazione molecolare di consensi dove regnavano sovrani, esattamente come ai nostri giorni, il trasformismo, la compravendita dei voti, il principio della maggioranza variabile. Il momento elettorale, infine, gestito spregiudicatamente per via amministrativa, a danno della competizione diretta di gruppi e partiti autenticamente rappresentativi delle esigenze del Paese, secondo una prassi che comportava la violazione delle regole del gioco politico, manomesso dalle spinte centrifughe di lobbies economiche, dal ricorso sistematico alla corruzione, all’intimidazione, al broglio.
Né maggiore fortuna aveva avuto il programma di allargamento del quadro parlamentare alle forze socialiste, andato in bancarotta nel giugno 1914, quando, con l’esplosione dei tumulti sovversivi della cosiddetta «settimana rossa», buona parte dell’Italia centro-settentrionale cadde nelle mani dei rivoltosi. Tra gli incendi e gli spari emerse allora, per la prima volta, l’inquietante profilo di un giovane agitatore socialista, Benito Mussolini.
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