Giordania, scontri e feriti Il virus delle rivolte arabe esplode in Medio Oriente

Il contagio riprende a estendersi: ad Amman, che pareva immune, esplode
la rabbia e la polizia carica: contusi anche nove giornalisti. Nel mirino economia e istituzioni

Gerusalemme - A sette mesi dall’inizio delle rivolte arabe, le piazze del Medio Oriente sono tornate ieri a riempirsi per un altro venerdì di dissenso e contestazione. Dopo la preghiera islamica del mattino, migliaia di persone si sono ritrovate nel centro di Amman, in Giordania. Le opposizioni, copiando il modello egiziano di piazza Tahrir, avevano in programma un sit-in. Prima ancora di cominciare, però, i manifestanti sono stati dispersi dalla polizia in assetto antisommossa, armata di bastoni. Nella carica sono rimaste ferite decine di persone, tra cui anche giornalisti stranieri.

Le manifestazioni contro il regime monarchico di Abdullah II sono cominciate in Giordania in anticipo sul resto dei Paesi arabi. Amman è stata tra le prime capitali della regione a scendere in piazza all'inizio dell'anno. Le rivendicazioni dell'opposizione - formata da gruppi giovanili, sindacati e sostenuta dal gruppo islamista dei Fratelli musulmani, il movimento anti-governativo più organizzato nel Paese - in un primo momento erano di natura economica e sociale. Il piccolo regno di sei milioni di abitanti, infatti, ha un forte debito pubblico e un alto tasso d'inflazione. Con l'estendersi della protesta nel mondo arabo, però, le richieste dei manifestanti sono diventate più politiche.

A inizio febbraio, mentre in Egitto Hosni Mubarak cominciava a vacillare e in Libia l'Est del Paese scendeva in strada, il re Abdullah II, al potere dal 1999, quando ereditò il trono dal padre, ha offerto alla rabbia dei manifestanti alcune concessioni: un rimpasto di governo, l'aumento dei salari pubblici, il ripristino dei sussidi per il carburante. Queste aperture, però, hanno contribuito ad aumentare il deficit e pesano oggi sul malcontento sociale.

All'inizio di luglio, mentre il Marocco votava in un referendum sulla riforma costituzionale proposta dal giovane re Mohammed VI, la stampa internazionale ha parlato delle riforme marocchine e giordane come una possibile terza via, alternativa alle violenze delle rivolte arabe. Il ritorno dei manifestanti di Amman sembra suggerire però che le concessioni non sono state sufficienti a calmare la piazza: «Il popolo vuole riformare il governo», era lo slogan della protesta di ieri nelle strade della capitale giordana, dove allo stesso tempo hanno sfilato anche migliaia di sostenitori della monarchia. Il mese scorso il re ha detto di appoggiare l'istituzione di un premier e un governo eletti e non più scelti dal sovrano. Ha aggiunto però che i sudditi dovranno aspettare dai due ai tre anni.

Amman, importante alleato degli Stati Uniti e della comunità internazionale nella guerra al terrorismo islamico e assieme all'Egitto uno dei pochi Paesi arabi a riconoscere il vicino Stato di Israele, è centrale nell'equilibrio dello scacchiere mediorientale. E a differenza del Marocco, la Giordania si trova oggi circondata da Paesi in cui l'instabilità causata dalle rivolte arabe è all'apice. A Nord, gli eventi siriani preoccupano la monarchia. Ieri, come ogni venerdì ormai da settimane, in Siria le proteste all'uscita delle moschee sono state disperse nel sangue, secondo gli attivisti anti-regime. Ai giornalisti stranieri è impedito l'accesso al Paese. La rivolta si è estesa anche ai sobborghi di Damasco, dove la situazione è stata finora più calma. La polizia ha sparato sulla folla che ha innalzato barricate a Qaboun, quartiere periferico della capitale. Secondo fonti dell'opposizione, ieri in Siria sono state uccise 20 persone in scontri a Damasco, Homs e Hama, nel centro, Deir El Zour, a Nord-est e Daraa, nel Sud.
In Giordania, il contagio rivoluzionario irrompe anche da Ovest.

In Egitto, nonostante la caduta di Hosni Mubarak a febbraio, piazza Tahrir, luogo simbolo della rivoluzione del Cairo, è tornata a riempirsi. Le opposizioni chiedono una transizione democratica trasparente all'esercito che guida il Paese. La nuova pressione popolare ha costretto i militari a concessioni: oltre 600 ufficiali di polizia, implicati nelle violenze contro i manifestanti all'inzio dell'anno, sono stati licenziati questa settimana e le elezioni parlamentari, come rischiesto dalle opposizioni, sono state posticipate di due mesi, a novembre, per dare tempo ai nuovi movimenti nati dalla rivoluzione di organizzarsi.