Giordano, elezione con dedica no global

Il neo segretario del Prc: «La mia vittoria è anche per i movimenti, non li perderemo mai di vista»

Roberto Scafuri

da Roma

Occorrerebbe dire di una giornata «particolare», dello scorrere di sentimenti e di storie, di un futuro incerto, intrecciato con le sorti di una legislatura nata precaria. Uno degli snodi passa a pochi metri dalla tangenziale est di Roma, sede romana di Rifondazione, dove di buon mattino il presidente della Camera insiste a dichiararsi convinto dalla «candidatura molto autorevole» di D’Alema al Quirinale. Vedendola più tardi traballare negli incontri che confermano una considerazione mattutina: «Tutta l’Unione dovrebbe difenderla e sostenerla per portarla a parlare all’intero schieramento parlamentare...». Ma intanto il presidente della terza carica dello Stato ha cuore e testa altrove: è qui per dare l’addio alla segreteria di Prc.
Dieci anni dopo, una svolta storica. Che andrebbe raccontata partendo dal «forte traghettatore» Franco Giordano, il primo segretario «benedetto» da un presidente della Camera, con il suo passato di calciatore all’ala destra e di giovane fulminato dalle lotte bracciantili. Magari cominciando con quella febbrile amicizia tra adolescenti nata sulle panche di un vecchio treno che sfilava da Napoli a Bari. Franco e Nichi (Vendola) ieri erano ancora lì, febbrilmente seduti uno accanto all’altro come ai tempi della Fgci. Con il terzo della combriccola figiciotta, Pietro Folena, arrivato in tempo per gli occhi rossi di Giordano.
Ma non è il «solito Franco», a commuoversi. Qui si commuovono tutti, a cominciare dal «subcomandante Fausto», accolto da un’ovazione, che strappa applausi e sorrisi (per una volta) anche ai suoi storici «nemici» delle minoranze. Un Bertinotti diverso, «particolare». «Tutti si accorgeranno che il Prc non è stato il mio partito personale, si vedrà e lo vedranno tutti quanta ricchezza e risorse umane ci sono qui dentro...», afferma il segretario uscente. Ciò che accade lo contraddice, però, perché questo partito è ancora immagine riflessa di Fausto. E lui finisce travolto dal «circuito di emozioni, perché qui c’è una comunità che va oltre la politica e determina uno scambio di sentimenti...». Così gli occhi rossi si diffondono più delle bandiere di partito e non si tralascia nessun filo per lo scatenarsi del circuito. Fausto si rivolge a Franco: «Sei mio fratello», e gli dà «un unico suggerimento: ascolta i consigli di tutti, ma poi decidi tu, assumiti la responsabilità della scelta e anche quel po’ di solitudine che comporta...».
Giordano è già un po’ solo. Perché pochi minuti prima di riscuotere la sua overdose di 139 voti (47 astensioni delle minoranze e solo 7 «no» di Ferrando), Bertinotti si è già accomiatato come si conviene, Nichi si è già consumato di febbre, Pietro ha reso il suo omaggio, e Franco resta solo sulla sedia, con i suoi bigliettini di appunti scritti in turchese, inchiostro limpido in limpida grafia ancora un po’ da figiciotto adolescente. Il responso arriva alle 13.35, a Giordano altri baci e altri abbracci, il mazzo di fiori forse destinato al «presidente». Franco sale sul palco più alto, lui che autoironizza sulla statura non da gigante, e vola ancora più alto perché «navighiamo in mare aperto» e «siamo tutti al timone per cercare la rotta». Se «Bertinotti è irripetibile e inimitabile», Giordano proverà a «innovare» come Fausto ha chiesto. Si starà al governo con lealtà, ma senza mai perdere di vista i movimenti, i «ragazzi cui dedico la vittoria». «Noi investiamo nel cambiamento» e «lavoreremo all’unificazione delle culture», dice: quella degli ex Pci e quella del movimento. Cita l’Antigone di Sofocle, ma poi gli scappa: «Non ci faremo neutralizzare e sussumere dalle istituzioni e dal governo». La marxiana «sussunzione» compie l’iperbolico miracolo. Si chiude il cerchio dell’adolescente cinquantenne, ne comincia un altro.