Giorgio Amendola il ribelle Un comunista eretico che la sinistra ha rimosso

ANTICIPATORE Un saggio di Ugo Finetti racconta lo scontro, tutto interno al Pci, tra il dirigente «socialdemocratico» e gli integralisti che lo sconfissero

«Ogni volta che si annuncia la chiusura di una fabbrica, i lavoratori cominciano a occuparla per richiedere l’intervento dello Stato, cioè per accrescere la zona economica assistita dello Stato, senza che si realizzi alcun sostanziale progresso della produttività, bruciando cioè nel mantenimento di situazioni economiche arretrate capitali pubblici che dovrebbero essere investiti in operazioni di riconversione.... La difesa dell’occupazione è stata attuata scaricando sullo Stato il deficit della cassa integrazione e il costo dei salvataggi operati col denaro pubblico». Parole tanto sensate quanto inutili da commentare, tesi condivisibili da chiunque conosca i problemi del lavoro.
Considerazioni, tuttavia, che diventano di estremo interesse se ricordiamo che sono state scritte trentadue anni fa da uno dei maggiori esponenti del Partito comunista italiano: Giorgio Amendola. Altrettanto immediata è la consapevolezza che quelle tesi non sono mai diventate strategiche nell’azione politica del Partito comunista. Quando, allora, ascoltiamo le contorsioni verbali dei giovani figli dell’ultimo Pci, oggi dirigenti dei Ds, che cercano di accreditarsi moderni socialdemocratici di fronte all’opinione pubblica, verrebbe da chiedere loro: ma Amendola non era uno dei vostri? Perché siete stati tanto politicamente sprovveduti da non aver capito niente?
Il fatto è che Giorgio Amendola dava «fastidio», e dava fastidio perché, come dice Oscar Wilde, chi riesce a vedere l’alba prima degli altri sa già che giornata sarà, cosa insopportabile per coloro che, invece, se la dormono bellamente e aprono gli occhi quando il sole è già alto. Si può andare oltre l’aforisma di Oscar Wilde per capire il significato storico e politico di quel fastidio che dava Amendola ai suoi compagni, un fastidio che continua a irritare i colti dirigenti dei Ds che lo hanno bellamente ignorato negli anniversari della nascita e della morte. In un libro eccellente, Ugo Finetti ricostruisce la lotta politica attraverso la figura di Giorgio Amendola (1907-1980), delle sue tesi di volta in volta criticate, respinte, condannate da Togliatti, da Longo e da Berlinguer. Il lavoro di Finetti (Togliatti&Amendola la lotta politica nel Pci, Ares, pagg. 448, euro 22) si basa su un’approfondita ricerca delle fonti, su un’ampia documentazione che gli consente di rivisitare la pubblicistica sul Partito comunista, rilevandone le omissioni e le volute censure. Il suo libro diventa uno strumento indispensabile per capire sia la faziosità ideologica dei molti storici che hanno voluto presentarci le strategie del gruppo dirigente del Pci prive di quella critica radicale che, se accolta, avrebbe potuto modificare la politica italiana, sia l’occasione irrimediabilmente perduta che avevano quegli stessi dirigenti per consegnare all’Italia un Partito socialdemocratico di massa, in grado di proporsi come alternativa di governo alla Democrazia cristiana. Ma Amendola dava «fastidio»: allora per la sua capacità di cogliere realmente sulla scena europea lo spazio per portare il Partito comunista nella socialdemocrazia, oggi perché costringerebbe a fare i conti con il passato del gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds, cresciuto nella Fgci degli anni ’60-’70 su posizioni di sinistra o di ligia osservanza del conformismo interno. La sua memoria dà fastidio anche a un dirigente di partito come Giorgio Napolitano, che Amendola aveva allevato, protetto e fatto promuovere. Nel suo libro-intervista a cura di Eric J. Hobsbawm, Napolitano rievoca la propria vita nel Partito comunista senza mai citare Amendola. Stessa cosa fa Luciano Lama, altra figura cresciuta grazie a Giorgio Amendola. Così il gruppo dirigente del Pci riuscì a perdere anche nel 1989 l’occasione per riconsiderare le tesi politiche di Amendola e portare su nuove sponde culturali il partito di fronte al crollo del comunismo internazionale.
Prevalsero la superficialità e l’estremismo, marchi indelebili stampati sui cervelli dei dirigenti Ds, che pensano di fare i conti col comunismo e con le proprie storie personali sostituendo nei congressi del partito le canzoni dei Beatles a Bandiera Rossa.