Giorgio Arcoleo, eccentrico centrista contro le clientele

I discorsi parlamentari di un grande giurista che per primo denunciò le consorterie politiche

Giorgio Arcoleo è scomparso nel 1914. Ma ci sono vivi che sono morti, quando addirittura mai nati. E per converso ci sono morti che sono più che mai vivi. Orbene, il costituzionalista Arcoleo appartiene a questa seconda categoria. Non solo per la modernità del metodo. Perché, con il conterraneo Gaetano Mosca, non concepisce il diritto costituzionale come una monade leibniziana: senza finestre. Ma lo considera confinante con la storia, la scienza politica, la politica stessa. Nella consapevolezza che la sua disciplina prediletta, per parafrasare von Clausewitz, a volte è la continuazione della politica con altri mezzi. È moderno anche per i temi trattati nelle sue monografie scientifiche - dalle inchieste parlamentari al Gabinetto nei governi parlamentari, fino al diritto di riunione e di associazione - e per i suoi discorsi pronunciati alla Camera dei deputati e al Senato del Regno nel corso di un trentennio, dal 1885 alla morte.
Basti pensare all’attenzione dedicata ad argomenti quali le leggi elettorali e la riforma del Senato, la cui composizione fin dai tempi di Cavour fu oggetto di dibattito anche per le continue «infornate» governative. Ora che la riforma costituzionale del governo - con il suo Senato federale - ha tagliato il traguardo parlamentare e si accinge a essere sottoposta alla prova referendaria, appare profetica l’affermazione di Arcoleo: «Non si cada in equivoco: il Senato non ha una storia da difendere; ma un nuovo compito da assumere per l’avvenire».
Il Senato della Repubblica continua a curare la pubblicazione dei discorsi parlamentari dei suoi uomini più illustri, come Orlando, Mosca, Carducci, Croce, Gentile, Rocco, Sforza, Spadolini e altri ancora. Da poco sono disponibili anche i Discorsi parlamentari di Giorgio Arcoleo (Il Mulino, pagg. 474, euro 34). Autore dell’introduzione è Tommaso Frosini. Da buon Cicerone, ci prende per mano e, percorrendo a ritroso, ci fa respirare l’aria del tempo di ieri. Con Orlando, Mosca e Romano, Arcoleo è il quarto asso del costituzionalismo siciliano, chiosa Frosini, di ascendenze siciliane pure lui. Studiosi tutti che presentano molte differenze e qualche analogia. Pur consapevole che politica e diritto costituzionale sovente giocano in sinergia, Arcoleo non fu un partitante. Tant’è che, come Giuseppe Maranini, lo si può considerare un liberale con venature anarchiche ma con forte senso dello Stato. Alle elezioni del 1885, a trentacinque anni, si presenta alla Camera senza indossare la livrea di una fazione politica. Prende posto nel centrosinistra, sottolinea Frosini. Ma rimane, se gli si passa il bisticcio, un «eccentrico del centro».
La sua ironia dalla cattedra universitaria a Napoli e in Parlamento è rimasta proverbiale. A chi gli consigliava di mettersi sotto la protezione di un capo, replicava: «Avendone uno per mio conto, l’altro sarebbe un sopraccapo». Dice bene Frosini: «Critico verso la prassi politica italiana per via di quel suo irregolare e distorto funzionamento del rapporto Paese-partiti-parlamento-governo, e quindi Stato... egli vedeva affermarsi, come protagonisti della vita politica italiana, al posto di partiti, clientele e consorterie». Nulla di nuovo sotto il sole. Soprattutto nel nostro Meridione le clientele continuano a seguire i loro referenti politici più o meno transumanti. E non ci voleva l’acume di un Ernesto Galli della Loggia, che di recente sul Corriere della Sera si è occupato di Consorte e dintorni, per concludere - non solo per assonanza - che anche ai giorni nostri purtroppo fanno il bello e il cattivo tempo le consorterie. Che, per dirla con Arcoleo, «hanno un fondo consolidato di interessi». Così la democrazia corre il pericolo di finire in un cono d’ombra.
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