Giorgio de Chirico l’architetto dell’immaginario

Già il titolo è una bella soddisfazione. Sentir dire, e per di più in un museo straniero, che il Novecento è stato «il secolo di de Chirico» («El siglo de Giorgio de Chirico. Metafisica y arquitectura», così si chiama la mostra curata da Vincenzo Trione all’Ivam, sigla che definisce il Museo d'arte moderna di Valencia, accompagnata da un catalogo edito da Skira con vari saggi, tra cui citiamo almeno quelli di Rykwert, Barilli, Franzini, Contessi e Ada Masoero, oltre a quello del curatore e a interventi di architetti e artisti); ascoltare una tale affermazione, dunque, fa piacere, soprattutto pensando a quanto poco l’Italia sappia far conoscere i maestri che ha avuto, per non dire i maestri che ha.
Il titolo, si intende, ha un significato non generico: allude all’influenza esercitata dalla pittura di de Chirico sull’architettura italiana dagli anni Venti a oggi. Gli echi della metafisica si colgono già in Muzio, che mentre disegnava i primi progetti della «Ca’ Brutta», nel 1920, frequentava il Pictor Optimus, a quel tempo a Milano. In vecchiaia, in un’intervista concessa poco prima di morire, il grande architetto ricordava ancora i tè presi in casa della signora Gemma, l’ingombrante baronessa madre di Giorgio e di Alberto Savinio.
Gli echi della metafisica, poi, risuonano nelle nuove città fondate dal fascismo negli anni Trenta, nei loro archi, nelle loro piazze monumentali e silenziose (allora, per lo meno). De Chirico, ancora, è amato da Aldo Rossi e Portoghesi, da pittori-architetti come Cantafora, Purini e Scolari, da fotografi di architettura come Basilico. «La città dechirichiana è una capitale dell’immaginario moderno», ha detto Robert Hughes nel 1982.
La mostra ricostruisce appunto questa trama di rapporti, soffermandosi prima sul tema dell’architettura in de Chirico attraverso una cinquantina di dipinti, tra cui alcuni capolavori, come Il viaggio angoscioso del 1913, concesso dal Moma di New York (un’opera che nei suoi labirinti è percorsa da un’ansia inspiegabile, la stessa dei racconti che Kafka inizia a scrivere in quegli anni), o Il vaticinatore del 1914-1915 e I progetti della fanciulla del 1917, prestati anche loro dal museo americano.
Poi si passa all’architettura propriamente detta, attraverso disegni e immagini di edifici di tutto il secolo, spesso resi più intensi dalle fotografie di Gabriele Basilico e di Luigi Ghirri. E, alla fine, la mostra suggerisce un’altra idea. Se il Novecento è stato il secolo che ha avvertito maggiormente la distanza tra le parole e le cose, e il mistero di ciò che ci circonda, nessun artista l’ha interpretato, anzi l’ha rivelato a se stesso, come de Chirico, che ha fatto del mistero la sua poetica. Se c’è un artista novecentesco per eccellenza, dunque, è lui, il pittore dell’Enigma della fatalità e dell’Enigma di un pomeriggio di autunno.
LA MOSTRA
«El siglo di Giorgio de Chirico», Ivam, Guillem de Castro 118, tel. 34963863000