Giorgio Gallione, da Sampierdarena alla conquista d’Italia

(...) è quello di Arie, lo spettacolo di Lella Costa in scena al teatro Carcano, regia di Giorgio Gallione.
Atto primo, scena seconda. Linea gialla, stazione Montenapoleone. Il manifesto, stavolta, è quello di Eretici e corsari, Gaber e Pasolini riletti parallelamente, fin quasi a farli diventare un corpo solo, da Neri Marcorè e Claudio Gioè. In scena al Piccolo Teatro Strehler. E anche in questo caso, la lettura e la drammaturgia sono di Giorgio Gallione.
Ora, è chiaro che siamo di fronte al principe dei registi da metropolitana, degno del tornello d’oro e della linea d’interscambio di platino. Ma, scherzi a parte, certamente la storia di Gallione è una di quelle che, anche oggi, rende orgogliosi di essere genovesi. E soprattutto, fa capire a tanti scoraggiati e a tanti a cui viene facile arrendersi che, anche da Genova, si può scalare il mondo. Un po’ come ha fatto Enrico Casarosa, il giovane regista di cartoon della Pixar che, partito da Genova, ha prima conquistato gli studios contribuendo a firmare Ratatouille e Up e ieri si è visto gratificare della nomination all’Oscar per il cortometraggio La Luna. Un po’ come, sempre in campo teatrale, è successo a un altro nostro amico, Sergio Maifredi, di cui vi racconta oggi il nostro Ferruccio Repetti, che è partito dai vicoli, per poi conquistare un po’ alla volta la direzione del teatro di Barletta e poi Roma a Trastevere e ancora la Polonia, dove è uno dei registi più apprezzati. E un po’ come avviene alle produzioni dello Stabile di un altro Repetti, Carlo, che, nonostante un certo gigantismo della struttura, si fanno apprezzare in tutta Italia, come dimostrano i dati sui biglietti e i premi.
Ecco, quella di Gallione è una storia così. Ed è una storia per certi versi ancor più preziosa di quella di Casarosa perchè il papà dell’Archivolto, l’altra metà di Pina Rando, ha il grandissimo merito di conquistare le piazze teatrali più prestigiose (Milano, ma anche Roma e tutta la provincia teatrale più profonda), rimanendo a Genova. Anzi, per la precisione a Sampierdarena. Anzi, per la precisione a piazza Modena, esattamente a metà fra via Buranello e via Sampierdarena. Insomma, Gallione e le sue regie andrebbero inserite nell’elenco dei beni culturali genovesi. E il Modena e tutto il lavoro dell’Archivolto nelle guide delle cose da fare a Genova, e non solo perchè è l’unico teatro all’italiana - quindi teatro degno di questo nome, dal punto di vista architettonico - di Genova.
Lo dico io che credo di aver firmato le stroncature più dure della carriera di Gallione, circondato - come troppo spesso accade in campo teatrale - da turiboli di inchiostro. Però, proprio perchè rivendico anche quelle stroncature, mi sento libero di dire che il lavoro dell’Archivolto è qualcosa che rende orgogliosi di essere genovesi. Anche per la grande capacità di coinvolgere grandi nomi e star che catalizzano l’attenzione su autori e testi che, altrimenti, rischierebbero di restare in una nicchia, apprezzati solo da un pubblico di addetti ai lavori. E lo dico io che ho avuto la fortuna di lavorare due volte con Gallione, quasi da «scritturato» per un reading a Lerici con Neri Marcorè e Massimo Franco sulle isole letterarie e reali e per un incontro con Marco Belpoliti sul berlusconismo e sul Corpo del capo. Ero «in trasferta», ma con Giorgio mi sono sentito a casa.
Insomma, Gallione. Con la grande capacità di mollare la televisione quando forse era più facile farla, ad esempio con l’ultimo programma di Maurizio Crozza su la 7, e l’altrettanto grande capacità di portare il pubblico a teatro, magari con l’aiuto di una locandina di richiamo, a vedere spettacoli che vogliono raccontare qualcosa di diverso o dare un’altra prospettiva, un altro punto di vista.
Ecco, un altro punto di vista del mondo. Ma senza disdegnare le sale piene. A Sampierdarena. Basterebbero questi tre elementi, che a novembre saranno anche protagonisti di una mostra al Ducale («Un’idea di Teatro, un Teatro di idee») per capire il perchè di Gallione.