UN GIORNALE CAPACE DI EMOZIONARSI

Il garantismo non è una cosa per fare i gargarismi. Non lo si può usare per sciacquarsi la bocca di belle parole quando serve e poi sputarlo subito via alla bisogna. E certo non arriveranno da queste colonne invocazioni ai magistrati affinché facciano tintinnare le manette più spesso di quanto non possa essere già accaduto troppe volte in passato. Ma a proposito di giustizia forse c’è una cosa più grave di una scelta di campo, ed è la discrezionalità nell’applicazione della legge. Se un cittadino merita o no di essere privato della sua libertà personale, il diritto più diritto di qualsiasi altro, non può dipendere da una decisione personale. Non perché si debba sospettare un magistrato di malafede. Ma solo perché è un magistrato, cioè un uomo, e come tale può sbagliare. Solo che se un magistrato sbaglia a non mettere in galera un sospetto omicida che può tornare a uccidere, e questo sospetto omicida torna a uccidere, la sua vittima non si può accontentare di una richiesta di scuse, ammesso che arrivi. L’errore è irreparabile.
Ecco perché la legge detta regole chiare e precise. Dice quali sono gli unici casi in cui un cittadino, innocente fino a prova contraria, può essere tenuto in cella se il tipo di reato a lui attribuito prevede ovviamente che una volta condannato vada dentro. Tanto per essere chiari, l’omicidio è uno di questi. Se uno è sospettato di aver sgozzato la fidanzata nei vicoli, può essere tenuto in galera fino a condanna definitiva. Non così alla leggera, ovviamente. Ma ad alcune condizioni. Tre, anzi, per la precisione, almeno una delle tre. Tre, cioè pochissime, ma anche molto chiare. E allora, per restare al caso Delfino, il genovese accusato del delitto di Luciana Biggi poteva restare dentro solo se ci fosse il rischio che ripetesse il reato. Oppure che inquinasse le prove. Oppure che tentasse la fuga. (...)