«Il Giornale ha svelato ciò che sapevano tutti»

«La voce su Sircana io l’avevo sentita in dicembre. E da tempo era nota agli addetti ai lavori»

da Roma

«Posso dire una cosa che ti fa rischiare il licenziamento?...». Fabrizio Rondolino, ex consigliere di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, cosa sia il tritacarne mediatico lo sa. Ci è passato quando fu costretto a dimettersi per alcune pagine hard del suo libro, Secondo avviso. Giornalista, scrittore, comunicatore, spiega perché la polemica su pubblicare-o-no, così come è impostata in queste ore «non ha il minimo senso».
Dica pure, rischio.
«A me Belpietro non è simpatico. Non condivido la sua linea, non sono un suo fan. Però...».
Però...
«La polemica contro il Giornale per aver pubblicato quell’intercettazione col nome è ridicola».
Perché?
«Perché il problema non è lì, ma a monte. E cioè: per quale motivo, una simile carta salta fuori dai faldoni dell’inchiesta? Chi l’ha tirata fuori e perché?».
Altri hanno pubblicato solo una parte o omesso il nome...
«Mi pare quasi peggio. Il problema è che se quelle carte arrivano ai giornali il caso è già aperto».
Che cosa bisognerebbe fare?
«Un vertice dei direttori, come per i comunicati Br: per accordarsi su cosa fare dei veleni giudiziari».
Spieghi perché.
«Io, personalmente, la voce l’avevo sentita a dicembre. Avevo chiesto ad amici che sono al governo, e loro: “Figurati!”».
E poi?
«Quando su un giornale ho letto l’intercettazione, anche se non c’era il nome ho pensato: “Povero Silvio”. Questo per dire che era già un segreto di Pulcinella! Quindi c’era già una differenza fra addetti ai lavori e non».
Chi è nei media capiva?
«Certo. Metà degli italiani hanno scoperto l’esistenza di Sircana, le voci infami sui trans e il ricatto ieri. Se il Giornale non avesse pubblicato ieri, tutti si sarebbero chiesti chi era il politico, finché qualcuno lo avrebbe scritto».
E poi?
«E poi anche tutti gli altri avrebbero scritto il nome esattamente come hanno fatto oggi!».
Quale differenza c’è fra la sua storia e quella di Sircana?
«La mia, per così dire, non aveva implicazioni giudiziarie. La campagna di stampa fu fatta su pagine che io avevo scritto».
Lei ha consigliato a Sircana di non dimettersi almeno fino a che non sia condannato il responsabile della fuga di notizie.
«Certo, il vero crimine è suo. Faccio un esempio chiaro: se io dopo questa telefonata chiamo un amico e gli dico “Stavo facendo una intervista con Telese che mi ha offerto coca”, se il mio amico viene intercettato, e se questa intercettazione viene diffusa...».
A finire nei guai sono io.
«Esatto! Anche se uno scrive solo “un giornalista del Giornale offre coca a un ex portavoce”. Perché c’è chi indovina, c’è chi recupera l’intervista. Perché prima o poi il tuo nome esce lo stesso».
La gogna mediatica...
«Certo. Terribile è che tua moglie e i tuoi figli scoprano una cosa perché uno l’ha detta al telefono a un altro che non conosci, e magari non è vero».
Quando accadde a lei come fu?
«La verità? Una tortura. Allora non lo mostrai, sono un incassatore... ma fu terribile».
Perché si arriva alle dimissioni?
«Perché c’è chi gode perché gli stai sulle palle. Chi gode perché gode di tutte le cadute e del rumore che fanno... E chi gode perché è il tuo capo che gli sta sulle palle».
Ho capito. Meglio non dimettersi per non farli godere?
«Infatti, è proprio quello che consiglio a Silvio».
Perché la polemica scrivere-non-scrivere non c’è stata per i casi di Totti, Gilardino, Barbara Berlusconi, in cui tutti hanno fatto e scritto i nomi?
«La verità? Perché nel sistema dei media il politico gode di una solidarietà maggiore. Cane non mangia cane. Tranne nel caso Sottile, che non era deputato».
Che cosa pensò allora, Rondolino?
«Sono contento di averlo difeso, in un’intervista a Il Secolo che è agli atti. E io spero che Salvo faccia fortuna... Però intanto lui è stato prosciolto, ma sua moglie, i suoi amici, tutti, hanno saputo i suoi fatti privati da un verbale».
Che cosa insegna questa storia?
«Il governo della Repubblica è in ginocchio per Lele Mora. Mi pare troppo anche in Italia».