Giornali e poltrone, stagione di saldi

Dirigenti da liquidare, organismi da tagliare. La fusione Ds-Margherita è una partita di potere. E spunta il modello San Paolo-Intesa

Un nuovo partito? È più facile costruirlo sulle ceneri di qualcosa che è andato a fuoco o addirittura dal nulla. Basta guardare dentro l’organizzazione di Ds e Margherita per capire che non ha torto Arturo Parisi quando dice «sarà un lavoro improbo». Perché di questi tempi sembra facile liquidare la storia e gli ideali, ricostruire un Pantheon per darsi una nuova (fragile) identità, ma è difficilissimo scardinare assetti di potere, nicchie e rendite che dentro i partiti proliferano. La politica ha una inossidabile resistenza all’autoriforma, figurarsi poi se si tratta di liquidare la ditta e procedere a una fusione. Troppi interessi da conciliare su un solo soggetto. In gioco c’è il destino di qualche migliaio di dirigenti a livello nazionale e locale. E non si tratta di singole unità, ma di intere famiglie che di politica vivono e, in molti casi, se la passano anche piuttosto bene. Il grosso della partita si gioca sul ponte di comando e i primi rumori di sciabola si sono già sentiti. Perché Prodi sarà pure il leader ma è talmente transeunte che i suoi amici e alleati non si sono neppure preoccupati di salvare il bon ton e così l’arrembaggio alla leadership è partito. Con relativa grancassa mediatica.

Appassionante? Forse. Dietro il duello per il posto di comando c’è però un movimento di truppe silenzioso e invisibile che riguarda l’apparato al centro e soprattutto in periferia. Sì, il vecchio e caro apparato di ciascun partito che si rispetti. Perché assodato che il Partito democratico non sarà costruito nella forma del «partito leggero» - che forse starebbe bene alla Margherita ma non a un colosso come i Ds - l’eccedenza di organismi dirigenziali è la prima cosa che salta all’occhio anche del più sprovveduto degli osservatori politici. E dove c’è un «esubero » ci sono tagli. E dove ci sono tagli c’è la corsa a evitarli con tutti i mezzi possibili. La metafora aziendale non è affatto casuale. I progetti di fusione, in questo caso, possono essere davvero un modello per chi lavora al Partito democratico. A voler essere maligni, un esempio di fusione nel «settore ulivista» c’è già: il matrimonio bancario tra Intesa e San Paolo. Banca di riferimento di Romano Prodi la prima, istituto più vicino alla Quercia la seconda. Cosa è successo nel caso finanziario? Prima hanno scelto presidente e amministratore delegato poi, per evitare di far saltare la poltrona al gruppo dirigente, si sono inventati il sistema della dual governance e così accanto al consiglio d’amministrazione è spuntato anche il consiglio di sorveglianza.

La duplicazione degli organismi è stata la soluzione preferita. Lo schema rischia di riproporsi tale e quale nel Partito democratico. Osservate il grafico pubblicato qui a fianco: ovvio che non potranno esserci due segretari e due presidenti ma, appena sotto il vertice si comprende che sarà bagarre vera, dura, senza esclusione di colpi. Chi farà parte della Direzione del Partito democratico? Quanti componenti avrà? E chi sarà disposto nella Direzione nazionale dei Ds o nella Direzione federale della Margherita a farsi da parte? Non vorremmo essere nei panni dei «liquidatori» di Ds e Margherita.Eneppure in quello degli attuali tesorieri. I bilanci sono fatti di attività e, quando si parla di politica, soprattutto di passività. Possiamo immaginare il bravissimo Ugo Sposetti, amministratore della Quercia, al tavolo della trattativa di fusione: porta in dote un enorme patrimonio immobiliare e Fassino ci ha tenuto a ribadire che «servono le sezioni» non solo i gazebo cari a Prodi. Liquidare i dirigenti dei 29 dipartimenti della Margherita o fonderli con i 14 dipartimenti e le 24 aree di lavoro dei Ds? Che fare di due quotidiani come l’Unità e Europa? Come e per chi funzionerà il non trascurabile sistema nazionale delle feste dell’Unità? Qualcuno potrebbe dire che in fondo la soluzione è semplice: basta allargare l’organizzazione. Il problema è che i partiti di elefantiasi possono morire. Non si muovono, non decidono, vengono colti da paralisi.

Tutto da scoprire sarà anche il capitolo della contrattazione politica o, per esser più chiari, l’applicazione del manuale Cencelli, della spartizione. La politica è anche questo, nessuno pensa davvero che la partita nel centrosinistra sia tutto un incontro-scontro di ideali. Se il Partito democratico è un soggetto unico, nella divisione dei posti di potere conta per una testa o per due? Trasferite questo scenario a livello locale e pensate a cosa accadrà nelle aziende municipalizzate, casseforti del potere, vera e propria manna per chi crea consenso con i clientes. Il dilemma del Partito democratico non è tra Essere o non Essere, ma tra Avere e non Avere.