Giornali, viaggi e veleni della dinastia Barzini

Ludina racconta le avventure dei mitici «inviati» Luigi senior e junior
Coi loro articoli colsero lo spirito dei tempi. E talvolta lo
maledirono. Dal fascismo al rapporto con Ciano e il dopoguerra: ne esce una piccola storia d'Italia

I Barzini: non una famiglia ma una dinastia. Ludina, che ha impugnato lo scettro essendo scomparsi sia il nonno sia il padre, di questa dinastia ripercorre il cammino in un libro di 566 pagine edito da Mondadori. I due Barzini che divennero figure dominanti del giornalismo italiano, portavano lo stesso nome, Luigi. Tanto che, negli anni in cui lavorarono entrambi, gli articoli del figlio recavano un jr (per junior) accanto alla firma.

Senior, ossia il primo Barzini, non inventò la figura dell’inviato speciale, che già esisteva, ma le diede prestigio e popolarità. Soprattutto le diede serietà. In quei tempi di comunicazioni difficili, quando un viaggio in Estremo Oriente o nell’Africa nera era privilegio di pochi, i viaggianti raccontavano senza timore d’essere smentiti, e con straordinaria ricchezza d’aggettivi, un sacco di balle. Infatti senior lamentava in una lettera a Luigi Albertini, leggendario direttore e proprietario del Corriere della Sera, che «da tutte le parti fioccavano notizie in Europa e io facevo la figura dell’imbecille». Barzini Senior - scrive Ludina - era spesso considerato dagli altri come una persona di una superbia proverbiale mentre mio padre era considerato altero. Ma forse il nonno era solo una persona coscienziosa che amava il suo mestiere, con un robusto senso del dovere». La sua prosa aveva pochi orpelli, e probabilmente proprio per questo egli acquisì enorme popolarità. In Galleria a Milano gli strilloni del Corriere gridavano «un articolo di Barzini!», e vendevano.

Con le sue corrispondenze dai fronti della guerra russo giapponese del 1905, con lo straordinario racconto del raid automobilistico Pechino-Parigi, con tanti altri «servizi» memorabili, Senior si affermò come star incontrastata della stampa italiana. Lasciò via Solferino per prendere, sempre sotto l’egida di Albertini, la direzione del Corriere d’America, quotidiano italiano negli Usa. Del resto Junior stava arrivando anche lui al Corriere, dove c’era posto per un Barzini solo. Dopo la parentesi americana Senior tornò in Italia accasandosi professionalmente con Il popolo d’Italia, il quotidiano di Mussolini. Con il fascismo Senior aveva avuto sempre un rapporto distaccato anche se fu nominato senatore. Nel tempo della guerra civile 1943-1945 accettò, nella speranza di poter essere d’aiuto a un fratello Ettore che era prigioniero dei tedeschi, l’incarico di presidente dell’agenzia Stefani. Morì povero nel 1947.

Junior, confidenzialmente soprannominato Gibò, aveva intanto fatto un importante percorso giornalistico e umano. Laureato negli Stati Uniti(e in grado infatti di scrivere direttanmente in inglese il suo libro più famoso, The Italians, è bravo quanto il padre, ma diverso. «Barzini Senior - scrive Ludina - tende a partire tracciando un quadro generale per poi scendere al particolare. Il giornalismo di Junior è esattamente il contrario: parte da un particolare per poi raccontare un tutto». Amico di Galeazzo Ciano, Junior aveva preparato, nell’imminenza dell’intervento italiano (10 giugno 1940) un memorandum in cui si spiegava come l’Inghilterra fosse in grado di vincere la guerra. Il direttore del Corriere, Aldo Borelli, sottopose il documento a Mussolini, che vi appose la scritta «cretino» e in un soprassalto d’ira investì Borelli: «Dite a quei vigliacconi di milanesi che loro vedranno passare gli inglesi sotto l’arco del Sempione, ma prigionieri». Junior fu anche arrestato, proprio il giorno del suo matrimonio con la ricchissima vedova Giannalisa Feltrinelli, e mandato al confino. La storia scorreva accanto a Junior, Umberto II era a cena dai Barzini la sera in cui, dopo il referendum istituzionale, De Gasperi ruppe gli indugi e assunse tutti i poteri con quello che Junior definì «un colpettino di Stato». Poi Junior fu parlamentare liberale, scrisse reportages importanti sull’Europeo, collaborò anche, a due riprese, con il Giornale. I rapporti tra i Barzini e Montanelli sono stati di grande stima reciproca, ma anche di un certo amichevole distacco. I Barzini non si decidevano ad ammettere che uno di loro fosse più grande dell’altro, immaginate se potevano ammettere che lo fosse un estraneo alla dinastia.

Ludina narra infine di se stessa, del suo successo come direttore responsabile del Reader’s Digest (oltre un milione di copie) dal 1971 al 1987, della sua esperienza come assessore alla Cultura di Milano per il partito liberale. Questa signora non ha peli sulla lingua. «Un giorno, durante il mio incarico alla cultura, mentre stavo inaugurando una mostra di Klimt, si avvicina a me un noto deputato socialista milanese che mi presenta un imprenditore suo amico il quale ha l’ardire di commentare: “Non la conoscevo. Provvederò a farle avere la sua parte”. Rimasi un attimo in apnea e con fredezza risposi che non ero in vendita. Era Salvatore Ligresti». Ludina riferisce il giudizio che Junior dava di Gangiacomo Feltrinelli - quello del traliccio di Segrate - figlio di Giannalisa. «Da ragazzo era un fascista arrabbiato. Vestiva l’uniforme di avanguardista a cavallo, tappezzava la casa di manifesti inneggianti al Duce, alla vittoria immancabile dell’Asse…. Qualche anno dopo viene convertito alla rivoluzione comunista e si iscrive a una sezione del Pci della Bovisa, e abbraccia la nuova fede con il medesimo fanatismo cieco». Ludina, profondamente Barzini anche in questo, non esita a picconare miti del giornalismo.

Ecco cosa annota, durante una sua esperienza americana: «Ben presto m’accorgo che gli articoli di Oriana Fallaci sull’Europeo da New York e quelli di Ugo Stille per il Corriere della Sera raccontano un’America che non corrisponde alla realtà e chiedo a mio padre come mai». La domanda barziniana ha una risposta barzinianissima: «Sono stato inviato in America da un giornale italiano due sole volte, nel ’34 per il Corriere e nel ’51 per l’Europeo. Poi si accorgono che io conosco il Paese e non mi vogliono più mandare».