Ma «È giornalismo» o non è giornalismo?

Lo scorso anno m’ero occupato del premio «È giornalismo»: che ha grande prestigio sia per il nome dei giurati - inizialmente erano tre, Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca - sia per la consistenza monetaria. Al premio - che secondo l’etichetta ambisce ad individuare nel mondo dell’informazione, i fuoriclasse - muovevo due appunti.
Il primo: tranne un paio di scelte anomale - «Striscia la notizia» e il direttore dell’Economist Bill Emmott - le altre sono tutte andate a giornalisti, dell’articolo o della vignetta, appartenenti a tre testate: Corriere della Sera, Stampa, Repubblica (con l’appendice dell’Espresso). Mi guardo bene dallo scippare alla politica l’espressione «poteri forti» che è in gran voga. Mi limito a mutuare dallo sport l’idea - già da me utilizzata - d’uno strapotere di tre squadre di calcio, in danno d’ogni altra. Le tre maggiori testate dominano nella giuria e dominano nei premiati. È proprio concentrato esclusivamente lì il fior fiore dell’intelligenza giornalistica italiana? Avanzavo, in proposito, qualche dubbio.
Preso in nessuna considerazione - sarebbe stato presuntuoso da parte mia prevedere il contrario - tanto che il premiato di quest’anno è, tanto per cambiare, un editorialista del Corriere, Francesco Giavazzi: ingegnere, professore di economia all’Università Bocconi, già dirigente del Ministero del Tesoro, già vice presidente del Banco di Napoli. Un curriculum invidiabile, al quale m’inchino reverente. Nessun giornalista lo può vantare. Per la semplice ragione che il professor Giavazzi non è giornalista, è qualcosa d’altro, e magari di più (aggiungo, anche se conta poco, che ho per i suoi commenti la massima considerazione). Il ministro Tremonti scrive bene di problemi economici, ma considererei bizzarra l’assegnazione proprio a lui d’un premio giornalistico.
Secondo appunto: «È giornalismo» ha il filo conduttore in una vena di antiberlusconismo dichiarato, a volte ossessivo. Non è scritto da nessuna parte, e non è stato mai esplicitamente detto, che se uno ha simpatia per il Cavaliere, o almeno non lo odia, gli sia precluso il premio. Ma nei fatti è così. In alternativa a Giavazzi, per niente tenero con Berlusconi, s’era pensato a Marco Travaglio o a Furio Colombo. Che non militano nelle tre «grandi», ma che compensano questa manchevolezza con l’abbondanza alluvionale dello zelo antiberlusconiano. Conclusione: sia l’ambito editoriale - in sostanza tre testate - sia l’ambito ideologico rendono il premio, a mio avviso, una privilegiata riserva di caccia, o un ordine per iniziati, alla maniera dei Templari.
Non sarei tornato sull’argomento se non mi ci avesse indotto una recentissima intervista di Claudio Sabelli Fioretti - sul Magazine del Corriere - a Giancarlo Aneri: imprenditore di straripante simpatia che del premio è il generoso e intelligente sponsor. Sabelli Fioretti l’ha sfruculiato sul pensiero unico vigente in «È giornalismo», e Aneri ha risposto: «Prima o poi non escludo che vinca qualcuno di destra». La risposta - che mi pare sottintenda un poi più che un prima - non scioglie il vero nodo.
Non si tratta di pendolarizzare il premio, né di dare un contentino a questa o a quell’area politica. Si tratta di sapere se davvero - fatta eccezione per Travaglio e Colombo, che hanno galloni particolari - non vi sia nel mondo giornalistico italiano, al di fuori della triade suprema, una firma cui possa decentemente toccare questo riconoscimento (ho la convinzione - per pescare qualche nome nella casa dove lavoro - che Alberto Pasolini Zanelli e Luciano Gulli siano del tutto all’altezza d’un premio di questo livello). Si tratta inoltre di sapere come se la caverebbe il premio il giorno in cui Berlusconi uscisse di scena. Ho amicizia per Aneri e mi auguro che «È giornalismo» abbia ancora lunga e fortunata vita. Ma una boccata d’aria fresca, un’evasione dalla monotematicità polemica e politica secondo me farebbe bene a tutti.