GIORNALISMO La storia fatta a «pezzi» (d’autore)

Nei primi due volumi dei «Meridiani» le vicende 1860-1939 narrate da Mazzini, Ojetti, D’Annunzio, Barzini, Vergani, Montanelli...

«Giornalismo italiano»: con questo titolo, in quattro Meridiani, la Mondadori - che celebra il centenario della sua esistenza - traccerà un profilo esauriente della stampa italiana, ed è opportuno aggiungere della «stampa d’autore». Ossia «dagli immediati dintorni della spedizione dei Mille all’attentato delle Torri Gemelle». Due volumi - per un totale di oltre 3.500 pagine - sono giù usciti: il primo si occupa del giornalismo italiano dal 1860 al 1901, il secondo del giornalismo italiano dal 1901 al 1939. Gli altri due verranno presto.
L’opera ha le caratteristiche di un’antologia: e come tale, spiega il curatore Franco Contorbia, vuole «dar conto, anno dopo anno, mese dopo mese, e in qualche caso giorno dopo giorno, del corso, e del senso, degli avvenimenti capitali o marginali che hanno avuto luogo \ in Italia e nel mondo per il tramite delle parole scritte sui quotidiani e sui periodici italiani». Ogni silloge di questo tipo presuppone un forte margine di discrezionalità - che non significa arbitrio - da parte di chi s’è assunto il compito d’organizzarla. Ma i testi dei due volumoni offrono un panorama ampio ed equilibrato delle vicende d’Italia, e dei sentimenti e risentimenti che percorsero il Paese.
È singolare che il primo volume si apra con uno scritto di Cesare Correnti - «Finis Longobardiae» - nel quale i leghisti d’oggi potrebbero rintracciare un preludio remoto delle loro lamentazioni e deprecazioni. La raccolto ha - specialmente nel percorso dal 1860 al 1901, quando morì Verdi - una forte impronta politica e letteraria. Figurano tra gli autori Mazzini e D’Annunzio, Settembrini e Carducci, Turati e Pascoli, Einaudi e Salvemini, De Amicis e Luigi Albertini (ho sicuramente dimenticato qualche nome fondamentale). Emergono da queste pagine - mi limito ancora al quarantennio iniziale dell’Italia unita - le questioni che agitarono il giovane Stato: il rapporto tormentato con la Santa sede, ma anche la tassa sul macinato e la tragedia di Adua, preceduta e seguita da scontri asperrimi tra gli avversari di Crispi e i suoi estimatori. Nel passaggio dal XIX al XX secolo una figura di giornalista s’impose: Luigi Barzini. Memorabili furono le sue cronache della guerra russo-giapponese - con la descrizione della battaglia di Mukden - e del raid automobilistico Pechino Parigi.
Ho letto con grande interesse il primo volume dell’antologia. Mi sono appassionato al secondo, anche perché introduce alla scena giornalistica personaggi e colleghi che ho ben conosciuto e che ho molto ammirato. Devo confessare che non conoscevo Renato Simoni - il grande commediografo e critico teatrale che incontravo al Corriere della Sera negli anni del mio noviziato professionale - come cronista. E che cronista. Il 10 dicembre 1906 Simoni segue la consegna del premio Nobel a Giosue Carducci. Il ministro di Svezia a Roma, convocato per l’occasione, non trova nessuno ad accoglierlo alla stazione di Bologna. Il prefetto, il prosindaco, il rettore dell’università arrivano in ritardo, e si giustificano: «La colpa è del ministro, che è arrivato in orario». «Come vedete - sottolinea Simoni - il disservizio ferroviario... fa qualche volta perfino giungere i treni all’ora prefissa, senza prevenire le autorità». Ma dopo la nota umoristica la prosa si fa alta e struggente. Nella casa del Carducci il diplomatico svedese «prende a leggere un discorso in italiano, con accento nordico. Legge calmo e chiaro... Quel piccolo vecchio dalle carni brune e rugose, dai capelli e la barba candidi e selvaggi, dagli occhi vivi interroganti ed eloquenti, mentre ascolta quell’alto e massiccio rappresentante di una civiltà nordica, venuto in nome del suo Paese di nevi e di foreste e di mare a rendergli onore, è di una incomparabile bellezza».
Càpita di fare delle scoperte, scorrendo i capitoli del secondo volume. Come quella d’un Ugo Ojetti che nel ventennio fascista si rinchiuderà nella sua torre d’avorio d’intellettuale, e non negherà qualche elegante «soffietto» a celebrazioni monarchiche o littorie, che s’indigna per i metodi e le mene clientelari ed elettorali di Giovanni Giolitti («Ricordi di una domenica di passione. L’elezione del 26 ottobre - 1913, ndr - a Molfetta»). Un Ojetti che era insomma a fianco di Gaetano Salvemini nella battaglia contro «il ministro della malavita». Vengono poi le «giornate radiose» dell’intervento, la Grande guerra, il fascismo. Antonio Gramsci (1921) si scaglia - con «Il popolo delle scimmie» - contro la piccola borghesia che si specializza «nel cretinismo parlamentare», Luigi e Alberto Albertini (1925), costretti a cedere la proprietà e la gestione del Corriere della Sera, si congedano dai loro lettori, Benedetto Croce insiste in una fronda cauta.
In generale l’intellighenzia si adegua senza dar segno di particolare tormento al nuovo corso. Ma il giornalismo italiano - concesso ciò che va concesso, ed è molto, anzi è troppo, al conformismo di regime - rimane di ottima qualità. Con Cesco Tomaselli ho diviso una stanza al Corriere: lui senatore un po’ emarginato, io piccolo inviato speciale. Era di una meticolosità e onestà esemplari. Non riuscì a salire sul dirigibile «Italia» del generale Nobile che s’infranse sui ghiacci del polo perché il posto disponibile era toccato in sorte al collega Ugo Lago, che ci rimise la pelle. Quella scommessa perduta e quella sua vita salvata gli consentirono di narrare splendidamente le operazioni di soccorso e il recupero dei superstiti.
Incontro, di capitolo in capitolo, amici di un tempo - anche se ci divideva una generazione - che non ci sono più. Paolo Monelli, insieme al quale fui in Israele durante il conflitto arabo-israeliano del 1956. Era un professionista d’altissimo livello, e ha lasciato un libro - Roma 1943 - che narra in maniera avvincente e nella sostanza definitiva il 25 luglio, con la caduta del fascismo e i 45 giorni badogliani. Ma in questo volume è un po’ impietosamente riportato un testo che, valutato postumamente, non fa onore a quel galantuomo. Il testo è «Le nostre prigioni»: Monelli racconta, compiacendosene, come nella sede della Società delle nazioni a Ginevra avesse inveito, insieme a colleghi italiani, contro Ras Tafari, imperatore d’Etiopia, che protestava per l’invasione italiana. Il gruppo dei corrispondenti italiani fu poi fermato e trattenuto alcune ore in guardina. Il Negus non era un esempio convincente, come difensore dei diritti umani: in Etiopia esisteva ancora la schiavitù. Ma lo schiamazzo degli inviati fascisti fu una brutta pagina di maleducazione e intolleranza.
Gli articoli anche dei migliori, durante il regime mussoliniano, sono una testimonianza dell’avvilimento e delle meschinità indotte dalla dittatura. Così il «Contra judaeos», saggio antisemita di Guido Piovene (che poi tentò di giustificarsi con «la coda di paglia»), così qualche pezzo di maniera di Orio Vergani che era un uomo amabile e scettico, di capacità infinita e di tempra a volte esile. In un reportage sulla sosta fiorentina di Adolf Hitler nel 1938, Vergani scriveva che il treno su cui si trovava il Führer s’era fermato a San Giovanni Valdarno, «fatto segno a una vibrante manifestazione». Il che mi ricorda quanto Orio ebbe a confidarmi, con la sua ironia sommessa. Incaricato di descrivere per il Corriere un’adunata oceanica e un discorso di Mussolini in piazza del Duomo a Milano, s’era rivolto a un notaio, le finestre del cui ufficio si affacciavano sulla piazza, perché gli desse ospitalità. E il notaio aveva consentito di buon grado, a una condizione: «Mi prometta di non usare mai nel suo articolo il termine vibrante». Orio promise e non mantenne. Ma ben altre erano le sue glorie giornalistiche. Da suiveur incomparabile esaltò nel 1938 l’impresa di Gino Bartali che aveva conquistato la maglia gialla al Tour de France.
Lascio ultimo Indro Montanelli, il più grande. Che concesse anche lui molto - ma meno di titolati colleghi - alle esigenze e alle pretese della propaganda fascista, ma cercò sempre di salvare se non la coscienza il decoro. Eccolo con le truppe del Reich al fronte orientale, dopo l’attacco alla Polonia. Ammirazione per la bravura guerresca dei tedeschi, «più che un esercito sono una macchina che ha un movimento da orologio». Ma anche un sèguito di omaggi al coraggio dei polacchi che «si battono bene, un po’ vecchio stile ma con decisa bravura. E i tedeschi, soldati di razza che amano i soldati di razza, li guardano e ne parlano con franco rispetto».