La giornalista espulsa da Cuba: «Ho subìto un lavaggio del cervello»

Francesca Caferri: «I poliziotti sono stati davvero molto rudi»

Anna Maria Greco

da Roma

Sarebbe bastata una lieve pressione sul tasto «invio» del computer e il suo «pezzo» sui dissidenti cubani, quasi pronto, sarebbe arrivato alla redazione di Repubblica, in Italia. Ma quel piccolo gesto Francesca Caferri non è riuscita a farlo, quando i poliziotti hanno fatto irruzione nel suo albergo dell’Avana. E all’arrivo a Roma, dopo l’espulsione dall’isola, la giornalista confessa: «Questo è stato il mio rammarico più grande. Spero di pubblicarlo domani (oggi, ndr)».
Tranquilla e sorridente, sciarpa fucsia sulla maglietta bianca, racconta la sua disavventura appena atterrata a Fiumicino, poco dopo le 16. Un abbraccio a mamma Angela e papà Celso e poi risponde subito alle domande dei colleghi. «Sono stati severi, ma gentili», spiega riferendosi agli agenti di Fidel Castro che l’hanno prelevata dall’hotel «Copacabana», portata all’aeroporto e rispedita a casa dopo una specie di «lavaggio del cervello sulle relazioni tra Usa e Cuba». L’accusa è di aver svolto attività giornalistica pur avendo solo un visto turistico per Cuba. Sapevano tutto di lei, gli uomini del líder máximo, come se la conoscessero, anche se non era mai stata prima a Cuba.
Ora è serena, Francesca, ma non nasconde lo spavento, la preoccupazione, la rabbia di quei momenti concitati. «Sono stati davvero molto rudi», precisa. Dopo l’espulsione dell’inviato del Corriere della Sera, Francesco Battistini, lei era già in allerta e perciò aveva cambiato più volte albergo. Sabato, in tarda mattinata, aveva i bagagli pronti per la partenza, fissata per la sera, quando ha sentito bussare alla porta della camera. Lei era al computer per completare il suo secondo pezzo sulla riunione dei dissidenti. Cinque minuti ancora e l’avrebbe inviato al giornale. Ha pensato che fosse la cameriera, ma quando ha aperto si è trovata di fronte gli agenti e la direttrice dell’albergo.
«Si sono presentate 6, forse 8 persone - racconta -, e mi hanno chiesto se ero Francesca. Ero spaventata, ho risposto di sì, e due poliziotti mi hanno detto che dovevo andare con loro in aeroporto. Ho chiesto se potevano aspettare fuori mentre mi preparavo, ma sono entrati nella stanza, mi hanno preso il cellulare e hanno spento il computer. Mi sono preoccupata, perché quando ho provato a domandargli chi fossero e dove mi stavano portando, mi hanno solo risposto bruscamente che non potevo parlare, né fare domande perché avevo violato le leggi sull’immigrazione». Francesca ha pensato subito a Battistini. «Non ho avuto paura - dice -, però mi ha dato fastidio che mi abbiano subito tolto il telefonino, non ho fatto in tempo a mandare un sms».
La «cosa buffa» è stata che la signora dell’albergo le ha dato la ricevuta e restituito i soldi per la notte già pagata, prima che gli agenti la fecessero entrare in un’auto «scassatissima» diretta a «velocità folle» verso l’aeroporto. Lì, in una saletta per 5 ore è stata guardata a vista da agenti donne che la seguivano anche in bagno. Aveva il computer ma non il telefono. Più che un interrogatorio ha subìto una sorta di «lezione di storia sui rapporti Cuba-Usa». «Io francamente - racconta Francesca -, per non contraddirli, mi sono limitata a rispondere sempre sì». Ma a un certo punto la giornalista si è arrabbiata. «Pretendo di parlare con l’ambasciatore», ha detto a un colonnello. E lui: «Stia tranquilla. Lei ha infranto la legge e qua la legge sono io». Ma dopo un’ora ecco il suo cellulare. Pur nella situazione critica Francesca nota una seconda «cosa buffa». «Tutto questo per nulla: sarei partita 2 ore dopo rispetto a quando mi hanno messo sull’aereo», fa notare al colonnello. «Lo sapevamo, noi sappiamo tutto. Ma volevamo evitarle di prendere il taxi», è la risposta.

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