Il giornalista George Clooney come Bogart in «Casablanca»

«The Good German» di Steve Soderbergh, con Cate Blanchett, ambientato nel ’45 evoca celebri film

da Berlino

Tanti film si celano in The Good German («Il buon tedesco») di Steven Soderbergh, ieri in concorso al Festival di Berlino. Ne emergono reminiscenze da Casablanca di Curtiz a Notorious di Hitchcock; dagli Assassini sono tra noi di Stäudte a Germania anno zero di Rossellini; da Scandalo internazionale di Wilder al Terzo uomo di Reed; da Verboten di Fuller ai Vincitori di Foreman.
Il cinefilo Soderbergh li ha fatti vedere ai suoi attori - rivela Cate Blanchett, femme fatale più nelle intenzioni che negli esiti - perché sono tutti film a sfondo bellico e postbellico. «Volevo che si ambientassero - mi dice il regista, vincitore dell'Orso d'oro nel 2000 con Traffic - col modo in cui progettavo di rendere l’epoca e per il modo di recitare: oggi gli attori sono abituati allo stile interiorizzato impostosi con Marlon Brando, James Dean e Montgomery Clift; invece il mio modello era quello, glamour, dei divi che li hanno preceduti».
Così il suo consolidato sodale George Clooney - che esordì da regista nel 2002 proprio al Festival di Berlino con Confessioni di una mente pericolosa - interpreta un giornalista inviato a Berlino, in occasione della conferenza di Potsdam (luglio 1945) fra Churchill, Stalin e Truman, evocando personaggi di Humphrey Bogart, ora il Rick di Casablanca (per l’amore ritrovato), ora il Sam Spade del Mistero del falco e il Philip Marlowe del Grande sonno (per le botte in testa subite in varie aggressioni). L’effetto d’epoca è però essenzialmente reso dal bel bianco e nero realizzato da Soderbergh, che firma la fotografia sotto il consueto pseudonimo di Peter Andrews.
Nonostante questo sciorinare memoria del cinema, l’accoglienza della stampa del Festival al film è stata compassata. Soderbergh ha spiazzato - ovunque la stampa brulica di masochisti - chi aspettava il solito polpettone anti-tedesco. Eppure fin dal titolo, The Good German, è antagonista del vendicativo Vincitori e vinti di Kramer, dove un imputato di uno dei vari processi di Norimberga si proclamava perfino più colpevole di quanto dicesse l’accusatore americano!
Non solo Soderbergh s’astiene dalle accuse ai tedeschi; distingue singole responsabilità dall’innocenza generale. Se il film mette sotto accusa qualcosa, non è il passato tedesco, ma il presente (nell’estate 1945) russo e americano: gli albori della Guerra fredda.
Dalla ricerca del segretario (Christian Oliver) di uno scienziato missilistico, il film trae spunto per accennare alla competizione già in corso fra ex alleati, fra Stati Uniti e Unione Sovietica per l'egemonia spaziale, resa ancora più importante dal lancio - non meno criminale di atti bellici tedeschi - di due bombe atomiche sul Giappone che dal maggio 1945 chiedeva invano l'armistizio.
Sperando in incassi che negli Stati Uniti non ha fatto, Soderbergh ha sfortunatamente avvolto nel romanzo la storia fra il giornalista americano (Clooney) e la sua ex collaboratrice e amante (Cate Blanchett) fino al 1941, e ora ex moglie del segretario dello scienziato, occasione per tratteggiare lei come personaggi d'altri film: la moglie tedesca infedele (May Britt) nei Giovani leoni; la moglie tedesca infedele (Hanna Schygulla) nel Matrimonio di Maria Braun. Riscatta tutto questo déjà vu però il finale. Non trionfano né la giustizia, né l'amore. Trionfa la realtà: quando - come sempre - una guerra finisce perché un'altra comincia, gli alleati di ieri diventano i nemici di oggi. E viceversa.