La giornalista Jennifer Lopez è poco credibile pure per il suo capo

Alfiere di attori e attrici inclini a cattive scelte professionali, Jennifer Lopez è ancor più temibile quando, oltre a recitare in un film, lo produce, come nel caso di Bordertown («Città di confine»). Che pure era in concorso all'ultimo Festival di Berlino, mentre l'altrettanto scadente Masseria delle allodole dei Taviani era in una rassegna parallela. Poi il soggetto lasciava sperare; ma Bordertown conferma che è il modo di caratterizzare i personaggi della Lopez a prevalere, tanto più che Nava non è tipo da imporsi alla signora in questione, specie se committente del film è lei. Peccato: nessuno aveva raccontato le stragi di donne - cinquemila secondo il giornalista locale male interpretato da Antonio Banderas - di Ciudad Juarez. Ma al centro della vicenda di Bordertown c'è l'incerta identità del personaggio della Lopez, giornalista di Chicago, ossigenata per non sembrare la portoricana che è; in Messico crede che «sfonderà» con un'inchiesta sugli omicidi. Sessuali? Antisindacali? Forse i moventi si sommano all'endemica criminalità locale, connivente la polizia. Ma il modello della Lopez non è l'altrettanto frontaliero Infernale Quinlan di Welles: lei è negata ai dialoghi seri, così si assiste alla sagra dell'umorismo involontario quando lei arringa l'attonito direttore (Martin Sheen).
BORDERTOWN di Gregory Nava (Usa, 2006), con Jennifer Lopez, Antonio Banderas. 112 minuti