Il giornalista Spezi diventato Mostro «Trattato neanche fosse l’assassino»

«Ragioni eccezionali di cautela»: il gip gli impedisce perfino di incontrare il suo legale

Antonella Mollica

da Perugia

Il cronista storico del Mostro di Firenze trattato come un mafioso o un terrorista. Per cinque giorni Mario Spezi resterà in isolamento come si addice ai delinquenti della peggiore specie, senza poter neppure parlare con gli avvocati. Lo ha deciso il gip Marina De Robertis su richiesta del pm Giuliano Mignini che ha firmato le 17 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che hanno portato Spezi in carcere con l’accusa di calunnia e di depistaggi nell’indagine sul Mostro. «Divieto di colloquio per la gravità dei fatti contestati e sussistendo specifiche ed eccezionali ragioni di cautela», c’è scritto nel provvedimento arrivato a sorpresa ieri mattina alle 10.30 nel carcere di Perugia proprio mentre lo Spezi era nella sala colloqui con l’avvocato Alessandro Traversi arrivato di buon’ora da Firenze. La stessa misura è stata adottata anche per Luigi Ruocco il pregiudicato finito con Spezi agli arresti per la stessa vicenda. Il divieto ha così impedito all’avvocato Nino Filastò, anche lui arrivato a Perugia fino alla porta del carcere, di incontrare Spezi. «Una situazione incredibile. Questo significa che Spezi martedì verrà sottoposto a interrogatorio davanti al gip prima di aver parlato con i suoi difensori. Un trattamento del genere viene normalmente riservato a chi finisce in manette per reati gravissimi».
Mario Spezi, 61 anni, fa il giornalista e lo scrittore da sempre. Al momento sulle spalle ha anche l'accusa di essere uno dei mandanti del delitto del dottor Francesco Narducci, ritrovato morto nel lago Trasimeno nell'ottobre 1985. Fin dai tempi degli omicidi attribuiti al Mostro di Firenze lui è sempre stato convinto che la pista sarda fosse quella giusta. Il suo prossimo libro, Dolci colline di sangue, scritto con lo scrittore americano Douglas Preston, in uscita il 19 aprile, ritorna sulla pista investigativa abbandonata negli anni Ottanta. Proprio questa sua convinzione lo ha portato in carcere: secondo l’accusa avrebbe tentato di fabbricare prove false per spingere gli investigatori su quella strada, secondo la difesa non avrebbe fatto altro che una controinchiesta sul campo, quella che nei giornali ormai nessuno fa più. «È una persecuzione contro un giornalista che fa solo il suo mestiere», ha commentato Preston dagli Stati Uniti. Spezi - dice il gip - imbastisce una «grave, sgangherata operazione di depistaggio» insieme al pluripregiudicato Ruocco e all’ex ispettore di polizia Nando Zaccaria per correre in soccorso dell’amico Francesco Calamandrei, ex farmacista di San Casciano, indagato insieme a lui per l’omicidio di Narducci.
Il suo unico scopo, si legge nell’ordinanza, è quello di «colpire al cuore» l’indagine perugina per salvare se stesso e l’amico dall’inchiesta sui duplici delitti. La cosa più sorprendente però è il passaggio che riguarda le motivazioni che avrebbero spinto il gruppo a organizzare la messinscena: Ruocco si sarebbe vendicato sul professore del Cnr di Pisa proprietario della villa Bibbiani di Capraia, «forse legato alla dottoressa condannata a Pistoia per un’errata sperimentazione di un farmaco sulla figlia del pregiudicato»; lo Spezi si sarebbe liberato dalle accuse di Perugia e dai possibili rischi del fronte fiorentino dell’indagine; Preston che ha sposato acriticamente tutta la tesi di Spezi avrebbe avuto un riconoscimento della lungimiranza dimostrata nell’appoggiare la ricostruzione dell’amico; Zaccaria avrebbe potuto così coronare le sue ambizioni politiche divenendo ministro dell’Interno di un futuro governo, così come gli avrebbe promesso lo Spezi. Di tutto il resto - una pistola, sei scatolette non meglio precisate che la banda doveva far apparire nella villa, latitanti sardi e altro di cui parla l’ordinanza del gip - non è stata trovata traccia.