Il giornalista trasferito vicino al Pakistan

I talebani minacciano: entro sette giorni l’Italia annunci la data del proprio ritiro. Ma Roma invita a prendere le notizie con cautela

Dubai - Ai tempi della monarchia, negli anni 60, la chiamavano “little America”, quando gli ingegneri Usa costruirono 1.600 chilometri di canali di irrigazione. Oggi la provincia di Helmand, che ha inghiottito Daniele Mastrogiacomo, è la terra dell’oppio e dei talebani. Il giornalista italiano, secondo una fonte del Giornale nella disgraziata provincia, in contatto con i talebani, è stato spostato nel distretto di Choto, più a sud verso il confine pachistano, dove “governa” il mullah Dadullah l’influente e spietato capobastone talebano nell’Afghanistan meridionale.

Mastrogiacomo era stato rapito nella zona di Nada Alì, proveniente da Kandahar, l’ex capitale spirituale del mullah Omar, il leader guercio dei tagliagole islamici. Nell’area del sequestro operano due noti comandanti talebani, maulawi Atal e maulawi Ikhlas. Nomi di battaglia preceduti dall’investitura religiosa, un gradino sotto quella di Dadullah, che ha deciso di trasferire nel suo quartier generale l’ostaggio italiano. Il motivo è semplice: i talebani sono sotto pressione nella zona settentrionale di Helmand a causa dell’Operazione Achille, l’offensiva di 4.500 soldati Nato, appoggiata da 1.000 afghani, per smantellare le roccheforti fondamentaliste.
I rapitori devono avere capito che Mastrogiacomo non è una spia e vogliono giocarsi al meglio il ricatto all’Italia. «Lo hanno spostato a Choto per evitare gli attacchi della Nato», spiega la fonte del Giornale. Il 25 febbraio, pochi giorni prima, del sequestro del giornalista, avevano rapito un medico afghano, reo di accompagnare personale sanitario femminile in un campo di rifugiati vicino a Lashkargah, il capoluogo della provincia. Immediatamente accusato di spionaggio a favore degli inglesi, lo hanno ammazzato come un cane abbandonando il cadavere sul ciglio polveroso di una strada. Si chiamava Shakoor, ma essendo un medico afghano, la sua storia non fa notizia.

Il trasferimento di Mastrogiacomo in una zona più «sicura» rispetto agli attacchi della Nato, ma dannatamente vicina al crudele Dadullah, è stata confermata anche da uno degli afghani impegnati nelle difficili trattative con i rapitori. Il mediatore è sicuro che, nonostante l’ultimatum di Dudallah all’Italia, «all’80% tutto andrà a finire bene. I talebani si sono resi conto che Daniele non è una spia, ma ci vorrà tempo per ottenerne il rilascio».
Il distretto di Choto è una zona remota non lontana dal confine pachistano, dove il governo del presidente afghano, Hamid Karzai, ha perso il controllo nel 2004. In quest’area ha impiantato il suo quartier generale il comandante Dadullah, uomo di fiducia del mullah Omar, che comanda le operazioni nelle province meridionali di Helmand, Nimroz e Uruzgan. A Choto sono stati segnalati diversi mezzi con targa pachistana, provenienti dal vicino Baluchistan, carichi di talebani armati fino ai denti. Purtroppo la vicinanza dal confine permette anche ai tagliagole arabi legati ad Al Qaida di infiltrarsi in Afghanistan. Attraverso il distretto passano pure i carichi di oppio con le carovane di cammelli che si dirigono verso il Pakistan o l’Iran per poi arrivare, raffinati in eroina, in Turchia e sulle piazze europee.

Nella provincia di Helmand, con il suo milione di abitanti su quasi 60mila chilometri quadrati, l’unica attività fiorente è il traffico di tarjak, oppio. Secondo i dati dell’Onu, l’aumento delle piantagioni di papavero a Helmand, nell’ultimo anno, è del 165%. La provincia ha il primato dell’oppio fra le 34 in cui è diviso l’Afghanistan. I talebani giurano di non sporcarsi le mani con la droga per motivi religiosi, ma fanno pagare le gabelle alle carovane che la contrabbandano verso il Pakistan o l’Iran. Secondo l’Onu, nel traffico sono coinvolti anche personaggi dell’altro lato della barricata, come l’ex governatore della provincia, Sher Mohammed Akhund, oggi senatore a Kabul, che sogna un ritorno in grande stile a Helmand.