Giornalisti, che mascalzoni. Un mestiere disprezzato ma invidiato

In &quot;Sempre meglio che lavorare&quot; di Michele Brambilla, aneddoti, curiosità e ritratti dei grandi per raccontare una professione che ha un unico segreto: la tenacia <em>(nella foto: una scena del film &quot;Prima pagina&quot; di Billy Wilder)</em>

«“L’ho letto su Le Monde”, mentì il caporedattore in riunione. “L’ho visto anch’io”, disse il direttore, che non poteva mostrarsi da meno del suo sottoposto». È impossibile spiegare perché, dopo essersi imbattuto in questo inverecondo siparietto - cito a memoria - nel libro Il rotomostro di Giuseppe Grazzini, un adolescente abbia ugualmente deciso di assecondare la propria naturale inclinazione verso la carta stampata. A quel tempo, Anni 70, Grazzini era un brillante inviato di Epoca (di lì a poco si sarebbe retrocesso a semplice redattore del Giornale pur di salvaguardare la propria dignità) e il suo lettore uno studente di belle speranze e di povera famiglia che prendeva a prestito tutti i libri di giornalismo nella biblioteca civica della sua città e, bendato dai compagni, sapeva distinguere il Corriere della Sera dalla Stampa, e Il Giorno dalla Notte, solo annusandone l’odore.
Peccato, peccato davvero, non aver potuto godere allora della lettura di Sempre meglio che lavorare (Piemme, 218 pagine, 14,50 euro, in vendita da domani) che Michele Brambilla, vicedirettore di questo quotidiano, pubblica solo adesso, 35 anni dopo, con un illuminante sottotitolo: Il mestiere di giornalista. Ne avrei senz’altro ricavato un decisivo incentivo a inoltrarmi per sempre in questa selva oscura, ché la diritta via era ormai smarrita già da tempo.
Dal titolo, qualcosa s’intuisce, mutuato com’è da una massima di Luigi Barzini junior, figlio di tanto padre: «Il mestiere del giornalista è difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e festivi, ma è sempre meglio che lavorare». Ma sbagliereste di grosso nel ritenere che la stragrande maggioranza di noi abbia scelto questa professione per tenersi a debita distanza dalla fatica. Tutt’altro. Come rimarca Brambilla, i giornalisti fanno una vita nient’affatto avventurosa, passano ore e ore in redazione alla luce artificiale, davanti a un computer, e quando tornano a casa all’una di notte non trovano nessuno ad aspettarli perché i casi sono due: o le mogli dormono o li hanno già piantati da un pezzo. E allora? Allora bisogna ritornare al libro di Qoèlet. «Che cosa ha detto tua madre?», s’incuriosì Vittorio Feltri, il giorno che mi assunse come suo vice al Giornale. «Mi ha detto: “Vanità delle vanità, tutto è vanità”», gli risposi. Coincideva col giudizio che mi aveva sempre dato Enzo Biagi: «Narciso si specchiava nell’acqua, noi nella firma».
Brambilla, assai più fortunato di me, il mestiere ha avuto la possibilità di scoprirlo fin da subito in presa diretta, non sulle polverose pagine dei libri. A Milano Marittima, hotel Ariston, bagni Tonino, era compagno di giochi di Alessandro Goldoni, figlio di quel Luca cui è dedicato Sempre meglio che lavorare, e ricorda come nella notte dell’allunaggio, estate 1969, bambino in una stanza d’albergo affollata di villeggianti che seguivano la telecronaca di Tito Stagno, là a Cape Kennedy vi fosse proprio lui, Luca Goldoni, inviato del Resto del Carlino, il papà dell’amico Alessandro, che a sua volta sarebbe diventato giornalista, perché anche questa professione, come quella di notaio o di avvocato, talvolta si fa e talvolta si eredita. Da Goldoni padre ebbe il consiglio migliore: «La cosa più importante è la tenacia. Devi incaponirtici su. Prova e riprova senza arrenderti mai». Molto tempo dopo si sarebbero ritrovati entrambi, il maestro e l’allievo, al Corriere, dove Brambilla è rimasto per 18 anni. Era il Corriere in cui il rumore di un calamaio fatto cadere da un fattorino nel silenzio claustrale del corridoio di direzione aveva fatto pensare a un attentato, il Corriere dove non si doveva scrivere per nessun motivo «in seno a» e neppure parole come «verifica», che la linotype avrebbe potuto spezzare in modo imbarazzante in caso di accapo, insomma qualcosa di ben diverso dal Corriere di L’eskimo in redazione, il fortunato libro scritto dieci anni fa dallo stesso autore di Sempre meglio che lavorare, e dal Corriere di oggi, in cui la parola «stronzo» nell’ultimo decennio è stata tranquillamente usata 151 volte.
La gavetta fu dura. Brambilla venne a offrirsi proprio qui al Giornale, come corrispondente da Monza e Sesto San Giovanni. Il capocronista Egidio Sterpa decise di metterlo alla prova. E subito accadde uno dei mezzi miracoli che rendono unico questo mestiere: «Il primo giorno di servizio mi capitò tra capo e collo una drammatica, anzi tragica vicenda: un ragazzo di 16 anni rapito e immediatamente morto nelle mani dei suoi rapitori, che avevano ecceduto nella dose di narcotico. Mi ritrovai nella caserma dei carabinieri di Monza senza sapere da che parte cominciare». La provvidenza prese corpo e figura in un cronista dell’Unità, Beppe Cremagnani, che aiutò l’inesperto cronista dell’odiato Giornale a districarsi tra ufficiali e magistrati.
In seguito Brambilla dev’essersi ricordato dell’aureo consiglio che Feltri gli diede quando lavoravano insieme al Corriere: «Ricordati che nei giornali o fai il direttore o fai l’inviato. Tutto il resto è una galera». Così è diventato direttore della Provincia di Como e poi vicedirettore di Libero e del Giornale. Nel frattempo è sperabile che abbia messo in pratica con prudente parsimonia anche un altro consiglio, quello che il grande Gaetano Afeltra regalò allo stesso Feltri. Il giorno in cui venne nominato direttore dell’Indipendente, il moribondo quotidiano finto inglese ideato da Ricardo Franco Levi, distintosi per aver fallito persino come portavoce di Romano Prodi, Feltri andò da Afeltra e tirò fuori un taccuino per prendere appunti. «Che fai?», si stupì il vecchio direttore. «Mi segno tutti i suggerimenti che mi dai, così non me li dimentico». L’oracolo di Amalfi scostò l’aria con la mano: «Metti via quel taccuino, non c’è niente da appuntarsi. Il consiglio è uno solo: piglia ’o iurnale e riempilo emmerda».
Di aneddoti come questo sono intrise le 208 pagine del libro. La galleria dei tipi umani che affollano le redazioni è descritta da Brambilla con una capacità di osservazione lombrosiana. Troviamo il Mobbizzato («un fenomeno del giornalismo alla macchinetta del caffè»), il Grande Inviato (il giorno che il direttore del Corriere cercò di mandarne uno su un fatto che aveva «il non lieve difetto di essere accaduto senza preavviso, si vide esibire una lettera di una quindicina di anni prima con la quale un suo predecessore fissava, come competenza del Grande Inviato in questione, solo la politica nei Paesi europei che stavano sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. La quale, nel frattempo, non esisteva più»), lo Scarabeo (contrazione del cognome veneto Scarabello, un personaggio uscito dal Signore e signori di Pietro Germi: con la frase di rito - «Ce l’hai un attimino?» - si chiude alle spalle la porta del tuo ufficio e ti asfissia di parole), fino all’Innominabile (lo iettatore, il menagramo, il portarogna, l’uccello del malaugurio, ’o schiattamuòrto, cognome tabù in ogni redazione, che se per sbaglio viene pronunciato da un neoassunto provoca la frenetica rincorsa a toccarsi senza ritegno gli amuleti naturali: «Vittorio Messori mi raccontava che, quando era giovane cronista a Stampa Sera, in redazione c’era allora una sola donna, una distinta signora torinese sui cinquant’anni, la quale quando passava l’Innominabile di redazione si avvicinava a un collega e allungando una mano chiedeva con sabauda cortesia: “Posso favorire?”»).
Si obietterà che figure simili sono rintracciabili in tutte le comunità umane dove si lavora o si fa finta di lavorare. Vero. Ma la vividezza con cui Brambilla riesce a restituircele su carta è pari solo all’emozione che si prova leggendo i capitoli, ricchi di particolari inediti, dedicati ai colleghi che gli sono stati più cari: Indro Montanelli, Enzo Biagi, Oriana Fallaci, Arnaldo Giuliani, Maria Luisa Agnese, Carlo Verdelli. Di quest’ultimo, vengono ricordati gli esordi, quando andò a offrirsi come collaboratore al caporedattore dell’edizione milanese di un grande quotidiano nazionale, portandogli una busta con dentro alcuni dei suoi articoli migliori: «Il caporedattore lo rassicurò con le frasi di rito: “Leggerò, poi mi farò vivo”. “Uscii dal giornale pieno di speranze”, raccontava Verdelli, “talmente felice che mi dimenticai della pioggia battente. Solo quando fui in strada mi ricordai che avevo lasciato l’ombrello nell’ufficio del caporedattore. Tornai da lui, bussai, entrai e nel prendere l’ombrello vidi che la mia busta, ancora chiusa, era finita nel cestino della spazzatura. Il caporedattore cercò di giustificarsi balbettando scuse improbabili. Non gli dissi niente: uscii giurando che ce l’avrei fatta”». Vicedirettore di Epoca e del Corriere, direttore di Sette, di Vanity Fair e ora della Gazzetta dello Sport. Ce l’ha fatta.
E si ritorna così alla tenacia raccomandata da Luca Goldoni, alla voglia di imparare, di mettersi alla prova, di migliorarsi. Trent’anni dopo ne sono ancora provvisti gli aspiranti giornalisti? Come mi ha raccontato lo stesso Goldoni l’ultima volta che ci siamo visti, oggi, nell’inevitabile accelerazione che la rincorsa collettiva ai sogni di gloria comporta, più che cronisti in erba i giovani si sentono già romanzieri affermati: «“Ho scritto un bestseller”, mi ha detto uno di loro. “A quale editore mi consiglierebbe di darlo per la pubblicazione?”. Aveva fatto tutto da solo». Non c’è altro segreto che questo, la tenacia, per diventare bravi giornalisti, vero Michele? A parte una moglie paziente, che riesce ancora ad aspettarti a casa la notte.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it