«Giornalisti militanti? Ma senza i soldi dei Servizi»

Luca Telese

da Roma

Può un giornalista collaborare con i servizi segreti? E se lo fa, perché lo fa? Per passione, per soldi, per un imperativo morale? Renato Farina, dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta sul rapimento del leader integralista Abu Omar ci pone queste domande, e per giunta tutte insieme. Così è inevitabile che il vicedirettore di Libero diventi un caso: scrive lenzuolate autodifensive che fanno impallidire il ricordo della penna di Emile Zola, si paragona nella sua volontà di ascensione al martirologio nientemeno che a Giovanni Paolo II («La mia ambizione è sempre stata quella di Karol Wojtyla: lui morire nei suoi viaggi, io sul fronte, magari in Irak o Qatar»). E poi suscita dibattito ovunque, apre problemi deontologici grandi come case, viene inquisito dalle procure e dall’Ordine dei giornalisti, spiega ai lettori, col cuore in mano, che si è arruolato per combattere «la Quarta guerra mondiale», ottiene paginate di messaggi solidali (27 solo ieri) sul suo giornale e ispira un fondo de Il Corriere della sera: «Chi viola la legge deve pagare».
C’è chi, da Francesco Cossiga a Marcello Pera, a Mauro Borghezio, lo difende, «senza se e senza ma». Ma intanto, per chi ama le «chicche», Farina è riuscito a stabilire un precedente nella storia del giornalismo italiano, far bisticciare due amici inossidabili come Giuliano Ferrara e Pigi Battista. «Un vero record», come constata sorridendo il direttore de Il Riformista Paolo Franchi. Ferrara difende «Renatone» a spada tratta e gli dice anche, solidale perinde ac cadaver: «Sono pronto ad assumerti». Però Vittorio Feltri a licenziarlo non ci pensa minimamente e a sua volta gli scrive: «Noi di Libero siamo con te. Con l’Occidente. Calmati e dormici su, a domani». Perbacco: e con chi sta allora Battista, che invece ha censurato Farina? «C’è ancora da spiegare, per puro amore di verità, che cosa ha portato un giornalista a trasformarsi nell’agente Betulla». Anche perché il vicedirettore del Corriere considera essenziali alcuni particolari omessi nell’appassionata autodifesa, ad esempio i 7.500 euro incassati dai Servizi: «In quel dettaglio dei soldi si cela un aspetto cruciale della vicenda. Sul quale sorvolare, con macroscopiche omissioni, appare davvero stravagante». Il denaro è il compenso per un lavoro? Giusto, osserva Battista, «Ma quello di Farina quale è? Lo comprende il vicedirettore di Libero che è difficile, molto difficile, accettare l’idea che l’ideale sia remunerativo, e che è comune immaginazione che la guerra contro i nemici della civiltà sia animata da motivazioni non esattamente identiche al diritto alla giusta mercede?». Ovviamente più di tutto fa scuola (anche se non sappiamo ancora di che) l’appassionata e indimenticabile autodifesa di Farina, proprio quella in cui spiega che ha scelto di collaborare con i Servizi per «difendere l’Occidente crociato ed ebreo», senza trascurare di informarci che lo ha fatto «animato da propositi eroici». Indimenticabile la «Farineide» per la prosa, per il totale abbattimento di ogni separazione fra pubblico e privato. Scrive Farina a Feltri: «Ho letto nei tuoi occhi qualcosa di bellissimo,che mi dà coraggio e voglia di vivere come già mia moglie, e scusa se ti metto dopo di lei, anche se mi hai definito il tuo “Moglio”». Farina è così, prendere o lasciare, come osserva il direttore de l’Unità Antonio Padellaro: «Deve promettere che mi è molto simpatico, per il candore e la passione che mette in quel che fa, anche se raramente lo condivido....». Eppure, proprio per questo, Padellaro ha un dubbio: «Non capisco questo tirare in ballo la difesa dell’Occidente con la “O” maiuscola. Avrei apprezzato che, rimasto con i piedi per terra, avesse ammesso: capita, nella vita, di fare qualcosa di molto stupido. Perché non si fanno interviste per conto dei servizi, non si prendono soldi da loro! Farina da buon cattolico dovrebbe sapere che la confessione prevede pentimento... Ma anche penitenza».
E il direttore de Il Riformista: «Il problema è un altro. Io ho qualche dubbio che sia veramente in corso la quarta guerra mondiale. Ma pur ammettendolo, mi chiedo: se diventi un soldato arruolato a difesa dell’Occidente cristiano, a chi rispondi di quel che fai?». Per Franchi c’è molta differenza fra la militanza orgogliosamente rivendicata da Farina e il giornalismo militante: «Io direttore militante rispondo ai miei lettori militanti. Ma non ho ancora capito a chi, senza scomodare una parola come deontologia, risponda Farina. Non certo ai lettori che non erano inconsapevoli».
E Luciano Lanna, direttore responsabile de Il Secolo d’Italia: «Da giornalista di destra ho polemizzato con Farina sulla Fallaci, perché quel le posizioni non hanno nulla a che vedere con la nostra cultura. Da europeista, quando sento parlare di Occidente metto mano alla pistola. E “I fallaciani” sono passati dalle crociate antifasciste a quelle antislamiche: io invece sono convinto che la destra non possa essere “islamofobica”, e che dietro questo furore ci sia l’ossessione dell’integralismo».