«Giornalisti obiettivi, ma con passione»

Francesco Gambaro

La maggior parte dei giornalisti - è un fin troppo facile luogo comune - non fa questo mestiere per passione o vocazione. Ma solo «perché è sempre meglio che lavorare». Altri, invece, si prendono troppo sul serio isolandosi dal resto del mondo, «mentre nel migliore dei casi con i quotidiani il giorno dopo ci si incartano le uova». Insomma, Bartali docet, «gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare». Non ci sarebbe nulla di strano o scandaloso, se a pronunciare questi giudizi non fosse proprio un addetto ai lavori: Massimiliano Lussana, caporedattore de «il Giornale» edizione genovese, ieri nell'insolita veste di docente presso la facoltà di Scienza della Formazione. Invitato dal titolare della cattedra di Estetica Ettore Bonessio di Terzet che cura il corso monografico «Arte come ragione profetica», rivolto agli studenti del corso di laurea triennale in Scienze pedagogiche e di Esperti in processi formativi. Dopo le lezioni sulla poesia contemporanea di Davide Rondoni e sul ’900 e oltre di Aldo Trione, ieri era il turno del giornalismo. Il titolo della lezione lo ha avuto scegliere il moderatore: «I giornalisti visti da dentro». Sottotitolo: pregi e difetti di chi fa questo mestiere raccontati da un angolo privilegiato. Più i secondi dei primi, a sentire Lussana. Tutta colpa di un sistema obsoleto che consente l'accesso alla professione troppo tardi. «Per cui un giornalista finché è animato dal sacro furore non viene assunto, quando diventa professionista perde molto del suo iniziale entusiamo». Opinioni degli studenti: per Marco, un quotidiano dovrebbe riportare le notizie come «bollettini meteorologici», cioè nude e crude. Ma è possibile? Per il caporedattore de «il Giornale» il valore aggiunto di chi fa questo mestiere è proprio il cuore e la passione che uno ci mette. «Altrimenti il giornalista diventa un passacarte e basta».