La giornata In Europa un lunedì nero

Profondo rosso ovunque: la settimana dei mercati europei non poteva iniziare peggio. Con Wall Street chiusa per la festività del Labor Day, tutta l’attenzione degli investitori si è concentrata sulle piazze del Vecchio continente, già febbricitanti per l’aggravarsi della situazione debito nell’Eurozona, e soprattutto la paura di un nuovo tracollo di Atene, che attende entro fine settimana la risposta dei privati per lo swap sui titoli di Stato. In un quadro di accentuata volatilità, nel pomeriggio i ribassi si sono rapidamente trasformati in vendite da panico: con un calo del 4,14% dell’indice Stoxx Europe 600, i mercati hanno mandato in fumo 253,7 miliardi di capitalizzazione.
E 16,3 miliardi di euro li ha bruciati Piazza Affari, penalizzata anche dalla discussione sulla manovra: l’indice Ftse-Mib è arrivato a cedere il 5,6%, per poi risalire, chiudendo però con l’ennesimo record negativo (-4,83%, il peggiore da marzo 2009). Pesantissima anche Parigi (-4,73%), ma la maglia nera va a Francoforte, che ha ceduto il 5,28%, il livello più basso degli ultimi due anni: pesa la sconfitta subita da Angela Merkel nelle elezioni regionali, che potrebbe indebolire il supporto al salvataggio dei Paesi europei. Infatti la cancelliera in difficoltà ha subito scaricato l’Italia e la Grecia: si trovano in una condizione «estremamente fragile», ha detto.
A picco i titoli bancari, affossati dalla maxi-indagine americana sui mutui subprime: SocGen (-8,64%), Bnp Paribas (-6,34%), Deutsche Bank (-8,86%), Ubs (-6,52%). Ma hanno sofferto anche le big italiane del credito: Unicredit ha lasciato il 7,30% e Intesa Sanpaolo il 6,96%.
Gli investitori abbandonano i mercati azionari, che appaiono sempre più rischiosi, per comprare i titoli di Stato tedeschi, con i prezzi che volano a livelli record: lo spread tra i Btp decennali e i bund si è allargato fino a 372 punti base. Si tratta di livelli che non si registravano fin da quando la Bce ha riattivato il suo programma di acquisti e sostegno dei bond dell’area euro sotto tensione, operazioni che pure, come si è appreso, è tornata ad aumentare la scorsa settimana. A gettare benzina sul fuoco, un rapporto di SocGen che giudica «probabile» il declassamento dell’Italia da parte delle principali agenzie, in particolare Moody’s: quest’ultima, comunque, ha fatto sapere che il rating italiano resta sotto revisione in vista di un possibile taglio.
E continua il conto alla rovescia per la riunione della Bce di giovedì, in cui si teme la frenata dei falchi sugli acquisti dei titoli di Stato dei Paesi sotto attacco. Ieri il futuro presidente dell’Eurotower, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, ha avvertito che «non bisogna dare per scontati» questi interventi, perché si tratta di misure temporanee. Soprattutto non sono un sistema per eludere i passi necessari per risolvere i problemi alla base della crisi: i deficit di bilancio, che provocano l’aumento dei debiti pubblici. «È ora giunto il momento per i governi di assumersi le proprie responsabilità e agire rapidamente per risolvere la crisi del debito sovrano». E anche sul fondo salva-Stati Efsf deciso a livello europeo «sarebbe un errore riporre una eccessiva fiducia», perché questo «non può fornire una soluzione» al problema di base: «mancanza di disciplina di bilancio e scarsa crescita».
Proprio per fronteggiare la mancanza di fiducia il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, suggerisce un interventio drastico: se un Paese non riesce a prendere le decisioni adeguate in termini di risanamento del bilancio, allora dovrebbe essere consentito alla Ue di imporle a livello centralizzato. Dal canto suo, Standard & Poor’s affonda l’ipotesi degli eurobond, cioè dei titoli di Stato emessi con garanzia congiunta da parte dei Paesi dell’area euro. «Avrebbero il rating CC, quello sul credito della Grecia», ha avvertito Moritz Kraemer, uno dei maggiori responsabili per i rating sovrani dell’agenzia.