La giornata infinita dell’autista funebre

Mia zia Giuseppina faceva la sarta e lavorava vicino alla finestra perché la sua casa dava sulla piazzetta della chiesa e a lei piaceva guardare fuori per vedere se succedeva qualcosa.
Non era molto mattiniera mia zia Giuseppina, perché preferiva lavorare di notte, ma quella mattina si era dovuta alzare alle sei per finire due abiti per lo stesso matrimonio, quello della sposa e quello di sua mamma.
Stava ancora prendendo il caffè quando, guardando giù, vide sbucare dalla parte dello stradone di Brescia un lunghissimo carro funebre. La cosa la stupì perché in quei giorni non era morto nessuno. Se fosse morto qualcuno l’avrebbe saputo, visto che in paese si conoscevano tutti.
Il carro passò altre due volte prima che, alle sette in punto, l’altra mia zia, sua sorella Santina, si alzasse. Nemmeno lei sapeva niente.
Quando il carro passò di nuovo erano tutte e due alla finestra a guardare. Mia zia Santina, che ci vedeva meglio da lontano, disse che il carro era targato Roma. Si mise una mano davanti alla bocca per lo stupore, mentre la zia Giuseppina si rallegrò: finalmente un bel giallo anche lì, nella sperduta bassa pianura.
Intanto, l’uomo del carro aveva posteggiato nella piazza del comune per prendersi qualcosa al bar Centrale, perché era il dodici di luglio e faceva un caldo tremendo, senza remissione, nemmeno di notte. L’uomo aveva viaggiato tutta notte, con la sua bella cassa da morto dietro la nuca, oltretutto con dentro il morto.
Il barista, di nome Abele, avrebbe tanto voluto sapere qualcosa di più, ma stava ancora versando la cedrata Tassoni nel bicchiere dell’uomo del carro quando Teresina, un’altra mia mezza zia, che aveva l’edicola, venne dentro a dire che il vigile stava mettendo la multa al carro funebre.
Così l’uomo del carro dovette per il momento lasciare lì la sua cedrata e, accaldato, correre dal vigile, che se ne stava col taccuino in mano. Gli spiegò del viaggio, del sonno, del caldo, del suo bisogno impellente di bere qualcosa di fresco. Ma il vigile, che era di Avellino, si limitò a rispondere che se non avesse provveduto immediatamente a rimuovere l’ingombrante automezzo si sarebbe visto costretto a fargli la contravvenzione.
Gli disse di cercarsi un altro posteggio. Ma di posteggi quel giorno non ce n’erano, o se c’erano erano troppo piccoli per quel catafalco ambulante.
«Come faccio?» disse l’uomo del carro.
«Veda lei», rispose il vigile, senza rimettere via il taccuino.
Così l’autista, che non conosceva il paese, decise di posteggiare la macchina al cimitero - che si trovava poco fuori dell’abitato - con dentro il morto, e tornare a piedi al bar a bersi la sua cedrata.
Mentre se ne andava, al bar entrava il custode del cimitero, che vide la cedrata sul bancone e se la bevve. Abele gli chiese se avesse già incrociato quel tipo di Roma col carro con dentro il morto. Il custode disse che si erano visti mezz’ora prima proprio al cimitero, ma che lui non aveva ricevuto nessuna autorizzazione per la sepoltura.
Disse che il morto era un romano che però di cognome faceva Boni. Aveva dei soldi, ma era solo come un cane, ed era morto all’ospizio. Ma aveva fatto testamento, e sul testamento c’era scritto che desiderava essere sepolto nel paese di origine della sua famiglia, dove viveva ancora un suo cugino.
«Ce n’è di Boni, qui» commentò Abele. «Quale cugino? Boni chi?».
«Tomaso Boni. Quello morto».
Tomaso Boni era morto l’anno prima, anche lui senza parenti perché non era un Boni come i Boni che stavano sul Cerreto, che erano una famigliona con nonni, zii, figli e nipoti in quantità. Questo Boni qui era un altro.
«Aveva mai parlato di questo cugino di Roma?».
«Che io sappia, mai».
Intanto l’uomo del carro funebre giunse di nuovo al bar. Ordinò un cappuccino, una brioche e una cedrata Tassoni. Il guardiano del cimitero provò a dirgli qualcosa, ma quello non lo lasciò parlare.
«Te sei n’infame e è mejo che te stai zitto».
Poi borbottò:
«Co’ sto caldo finisce che schiatto».
Quando Abele arrivò al suo tavolo con la colazione, lui dormiva profondamente.
Teresina, che ogni due minuti metteva il naso nel bar per non perdersi la scena, corse dalle mie zie a raccontare tutto quello che sapeva. Nel suo racconto il carro veniva fatto partire da Palermo, l’autista non dormiva da due notti e tre giorni ed era anche malato di una malformazione all’aorta. Il vigile voleva metterlo in prigione, ma per fortuna lei e Abele erano intervenuti ricordandogli di come si erano presi cura di sua madre quando era stata male. Il custode del cimitero, poi, era stato svegliato nel cuore della notte. Alla fine erano andati tutti dal sindaco, ma anche il sindaco non poteva farci niente prima di avere in mano un certo visto, o autorizzazione, o permesso.
Nessuno credeva alle storie di Teresina.
La zia Santina prese dalla credenza la sua famosa torta alle mandorle, ne tagliò una fetta enorme e scese con la zia Giuseppina da Abele per dare la torta al povero autista.
Abele raccontò la storia com’era andata veramente.
«Niente pace nemmeno da morti» concluse la zia Santina, appoggiando la torta sul tavolo dell’autista, che continuava a dormire.
«E da vivi meno ancora» le fece eco la zia Giuseppina. «Andiamo, ché devo ancora finire tutti e due i vestiti. Sposarsi di luglio, con quaranta gradi. Capisco morire, ma sposarsi... Penso a quel povero ragazzo, che ne sposa due in un colpo solo... ».