Un giorno con chi sogna di avere l’X Factor

Speranze, illusioni (e grammatica in libertà) ai casting di Milano: viaggio tra i ragazzi che vogliono giocarsi il futuro con una canzone. Ecco
la tribù che canta. Il talent show partirà su Sky1 a novembre. <strong><a href="/spettacoli/saro_piu_british_facchinetti/07-07-2011/articolo-id=533618-page=0-comments=1" target="_blank">Alessandro Cattelan: &quot;Sarò più british di Facchinetti&quot;
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Tranquilli, ci pensa il caldo. Forsennato. Qui ai casting di X Factor, sotto un infinito tendone dietro al Castello Sforzesco, è la temperatura a fare la prima selezione, mica il resto: e perciò, ancor più che entusiasti o tesi, i volontari in attesa hanno quasi tutti gli occhi fissi del tenente Drogo quando si affacciava tra i merli della Fortezza Bastiani. In fondo per loro, che sono un migliaio, il clima, mica solo metereologico, è lo stesso del Deserto dei Tartari: sono tutti in attesa di qualcosa, qui esiliati «tra ignota gente», forse sognano la svolta, forse di realizzare un miraggio o anche solo di tenerlo vivo ancora un po’. Il nuovo X Factor, quello che andrà in onda su Sky Uno, comincerà a novembre, ma queste immagini, quelle dei casting di Milano e Roma, saranno setacciate e poi trasmesse dalla terza settimana di ottobre, così, giusto per caricare l’attesa.
A ogni porta c’è una ragazza rigorosamente in divisa, non militare ma di Sky: e dentro si nascondono le temutissime commissioni, ecco autori esperti discografici, che simbolicamente usano il pollice come un Nerone qualsiasi, su o giù. «Me la faccio sotto, anzi me l’ho già fatta tutta» dice Matteo, che nella fretta ha spurgato anche la grammatica. Dentro la Fortezza Bastiani di X Factor c’è una tensione che non t’immagini perché è sommersa, trattenuta, ormai televisivamente addestrata. Guai a scomporsi. Se l’hanno fatta sotto tutti, ma non lo fanno vedere, anzi, c’è qualcuno che per sfogarsi canta pure Nel sole di Al Bano (Al Bano?) con un’imponenza tenorile che strappa applausi ma forse toglie ogni speranza di successo a chi è venuto qui, luglio 2011, a giocarsi un contratto discografico con la Sony. Più attrezzato Panajotis Giuseppe, sorriso panoramico, già scartato a Sanremo, l’orizzonte ancorato a Backstreet Boys e ’N Sync che sono preistoria musicale. «Scusi chi? Li ho sentiti ma non so spiegare chi sono», risponde un ragazzo con i capelli affilati da un litro di gel se gli chiedi di Umberto Bindi e Piero Ciampi. Sorride con lo sguardo fisso in modalità attesa. Invece il conduttore in pectore, Alessandro Cattelan, passa, saluta, agita un cartonato con la figura intera di una biondissima Simona Ventura, è l’unico che la tensione ce l’ha stampata in volto, e ci mancherebbe: «È la mia prima grande prova da solo». Dopotutto qui sono tutti solisti, di band in giro se ne vedono poche, «al limite ho visto un trio» ammette una ragazzina in the Sky, perché ormai siamo tutti individualisti, specialmente davanti all’obiettivo, e poi perché le band di solito compongono brani. E qui i brani inediti non servono: basta la voce e ciò che le sta intorno, ossia l’attitudine e pure il look. «La televisione no no, io sono qui per la musica» garantisce Sara Egbe Punser, finalmente italiana dopo Nigeria e Turchia. Eppure ha un volto che in tv te lo ricordi, due occhi così. «A un concorso vocale sono arrivata quinta e dopo mi è venuta voglia di provare qui» sospira Michela Vinai da Mondovì, look a caschetto stile Anna Oxa non si sa quando, che però ha già due vittorie in curriculum: «L’ultima quindici mesi fa, il mio secondo figlio, ora è a casa con l’altro ad aspettarmi». Chissà come le sarà andato il provino.
A Isabel, che è più guardinga di un metronotte, di sicuro bene: là dentro i suoi occhiali a forma di chitarra se li ricorderanno senz’altro, il resto chissà. Ecco, il chissà è il filo conduttore fin là fuori, in mezzo a quelli che sono ancora schiacciati davanti alla transenne: chissà. «Se mi va bene, chissà, cambio vita» dice Filippo da Padova, anzi «da un paesino della provincia». «A me basterebbe farmi notare da Morgan, chissà magari gli piaccio» mormora, ormai sfatta dalla sauna, una biondissima Pamela mentre in lontananza una coppia di coreani vestiti da sposi, o addirittura folcloristicamente davvero sposi, sorride davanti a un obiettivo con le dita a V come fa di solito Ringo Starr (oggi il suo compleanno, auguri). «No, i Beatles no, roba da vecchi, meglio i Metallica, stasera me li vado a vedere» dice un Umberto che sembra qui per caso, o la va o la spacca perché, con le case discografiche agonizzanti, XFactor è uno degl’ultimi uffici di collocamento del settore, una Fortezza Bastiani da cui si può uscire cantanti per sempre o basta anche solo per un po’, poco poco.