Il giorno dopo la chiusura dei giochi l’ex governatore dice la sua verità: «Dissi no a Fini, Casini e Calderoli, Silvio però è un amico. Avrei portato molti voti» Biasotti: «Escluso dalle liste, colpa di Scajola» Il j’accuse: «Berlusconi mi vole

(...) parlando, che si circonda di yesmen e lacché: con le sue scelte scellerate ha fatto perdere la Casa delle Libertà sistematicamente in tutte le elezioni degli ultimi sei anni, tra le quali le roccaforti di Chiavari, Rapallo, Lavagna, Sanremo e ha contribuito notevolmente alla vittoria in Regione di Claudio Burlando, con il quale continua l’idillio». Ancora: «Forza italia è un partito invotabile, perché il sistema scajoliano è deleterio. Per questo io alle elezioni dirò di non votare Forza Italia e sosterrò gli altri partiti della CdL, che invece stimo e ringrazio, An, Udc o Lega Nord».
Ci avevano provato, a far la pace. Non si contano in questi anni le fotografie delle strette di mano e i titoli dei quotidiani: «Pace fra Scajola e Biasotti». Erano solo armistizi, dice ora l’imprenditore prima prestato alla politica e poi dalla politica inglobato: «Io ho sempre combattuto la sua leadership, perché ha una visione della politica totalmente opposta alla mia: io credo nella meritocrazia, lui porta avanti gli yesmen».
È sulla mancata candidatura che va in scena l’ultimo scontro. Dicono gli esponenti liguri tutti dei partiti che Biasotti ha fatto il giro delle sette chiese, lui che aveva giurato «in Parlamento a schiacciare un bottone non andrò mai», per avere un seggio. L’ex governatore ieri si è detto «amareggiato, perché è stato il contrario e chi mi conosce ha sempre saputo della mia volontà di restare in Regione». Giura che sono stati i leader nazionali a cercarlo. «A metà ottobre mi ha chiamato Gianfranco Fini offrendomi di fare il capolista di An al Senato e chiedendomi una risposta in dieci quindici giorni. Ai primi di novembre, era il ponte dei Santi, mi ha chiamato Pierferdinando Casini, offrendomi di fare il capolista al Senato per l’Udc. Anche Roberto Calderoli della Lega Nord mi ha chiamato, ancora la settimana scorsa, per lo stesso posto. Infine la Dc di Rotondi mi ha offerto di fare il capolista in Liguria, dove non ce l’avrei fatta, e in Veneto, dove invece sarei passato».
Lui ha declinato: «Fini non l’ho più richiamato, perché il mio elettorato non si immedesima con quel partito, mentre ho rifiutato la proposta della Dc perché ho sempre combattuto la partitocrazia e quel partito un pò la rappresenta. All’Udc, che con me è sempre stato molto corretto ho detto che la proposta di candidarmi per il Senato come capolista era un po’ rischiosa, era meglio la Camera. Ma loro correttamente e in modo molto coerente hanno spiegato che il posto in Liguria era per Vittorio Adolfo».
A Silvio Berlusconi invece, Biasotti non ha saputo dir di no: «Il presidente del Consiglio sa essere molto persuasivo. Mi ha telefonato una ventina di giorni fa per propormi come secondo in lista al Senato in Liguria come indipendente. Voleva il mio aiuto dopo avere saputo che un sondaggio mi attribuiva un contributo dello 0,2 per cento a livello nazionale. Voleva il mio aiuto e io non ho potuto dire di no». Il sondaggio porta la firma di Euromedia Research. Dice che Biasotti è noto all’85,6 per cento degli intervistati, che se le regionali ci fossero ora le vincerebbe lui 51,2 contro il 48,8 di Burlando, che i suoi elettori lo vogliono in Liguria ma in Parlamento porterebbe lo 0,2 per cento a livello nazionale.
Così. Dopo il primo contatto, dice Biasotti che mercoledì scorso Berlusconi lo chiamò ancora, «ero allo stadio per Sampdoria-Ascoli», per confermargli la candidatura. Seguì la telefonata di Sandro Bondi, che lo invitava a recarsi a Roma venerdì scorso per firmare la sua corsa da indipendente con Forza Italia, «in quota alla Dc di Rotondi perché il premier non voleva grane nel partito». E lui venerdì c’è andato, a Roma a firmare, «come un pirla». Era successo qualcosa, racconta. «Durante la notte dei lunghi coltelli sulle liste Berlusconi ha cambiato idea. È la prima volta in sei anni che non mantiene una promessa. Io sono rimasto stupito, Berlusconi mi stima e con lui ho un bel rapporto. Allora ho capito che non può essere andata altrimenti: Scajola ha detto cose calunniose su di me, perché non è vero che ho criticato Berlusconi e Forza Italia, ho solo detto sei mesi fa che se si fosse fatto indietro il premier avrei visto bene Fini o Casini. Scajola ha posto il veto, minacciando le dimissioni in massa sue e dei dirigenti di Forza Italia. Di fronte a quello Berlusconi ha dovuto cedere». Se poi gli fai notare che anche altri esponenti azzurri, dai parlamentari ai consiglieri regionali, si sono ribellati al suo nome in lista, Biasotti risponde serafico: «Io non mi preoccupo dei lacché, loro parlano perché glielo ha ordinato Scajola».
Ecco, Scajola. «Per colpa sua Forza Italia in Liguria è invotabile» attacca l’ex governatore. E anche «questo idillio tra lui e Burlando è poco coerente, anche se è evidente che Scajola abbia aiutato Burlando alle ultime elezioni, basta vedere quanto abbiamo perso nel Ponente: il risultato peggiore lo abbiamo fatto proprio in provincia di Imperia». Una trattativa con il ministro nei giorni scorsi? Macché: «Con Scajola non parlo dalla sconfitta elettorale per non sprecare tempo. A lui interessa solo distruggere un nemico e perdere. Non so da dove nasca questo suo atteggiamento, credo sia invidia di chi gli fa ombra. Ha già fatto fuori Luigi Grillo, Alberto Gagliardi, Eolo Parodi. E hanno messo un friulano, Ferruccio Saro, al mio posto, che senso ha?». Di fatto: «Auguro alla CdL che questa politica porti più consensi del 47 per cento che ho preso io alle scorse regionali. Io resto in questa compagine, ma appoggerò altri partiti, certo non Forza Italia». È un addio.