Il giorno in cui Bisagno rifiutò di cedere le armi ai tedeschi

In quest’anno, che con tanta falsa faziosa retorica si è celebrato il 25 aprile (con poca partecipazione di pubblico, almeno dalle visioni Tv) mi sembra quanto mai utile ricordare Aldo Gastaldi, detto Bisagno, che assieme ad Edgardo Sogno (il famoso Franchi), entrambi decorati di Medaglio d’Oro, entrambi liberali e cattolici (e magari anche monarchici) che forse (anzi senza forse) fu assassinato o fatto uccidere dagli stessi partigiani (comunisti e da essi aveva anche subito minacce ed attentati durante la stessa Resistenza), perché avvenuta la Liberazione, aveva deciso di regolare tutti i conti «per i delitti, le ruberie, gli assassini e i reati comuni, commessi proprio in nome della Resistenza».
Per non fare una lunga cronistoria, peraltro già ben individuata da Elvezio Massai (il partigiano «Santo», fedelissimo di Bisagno) e di Pier Lorenzo Stagno, autori del libro «Bisagno ecc.», che come ex docente consiglio a tutti gli studenti di ben leggere e meditare, riferisco semplicemente da quello stesso libro.
Aldo Gastaldi, nato a Genova nel 1921 fu il primo partigiano d’Italia, infatti l’8 settembre alle 19,42 (l’infame e vile annuncio del Maresciallo Badoglio, che lasciava tutto l’esercito italiano allo sbando) si trovava nella caserma di Chiavari col grado di sottotenente della III Compagnia Marconisti e di fronte «al fuggi-fuggi generale non perse la sua calma, restò vicino ai suoi soldati e riuscì a convincerli ad aspettare qualche giorno.
Verso le 10.30 del 9 settembre giunsero due sergenti, i quali annunciarono al sottotenente l’avvenuta occupazione della caserma da parte dei tedeschi e che tutte le armi del Reggimento erano custodite, ridotte ad un fascio e accumulate nel cortile. Aldo rimase pensoso, il pallore del suo volto mostrava tutta la sua sofferenza e poi rivolto ai suoi uomini disse con estrema semplicità: «Ma le nostre armi non passeranno nelle mani dei tedeschi».
Unanimità del consenso dei suoi uomini, pochi semplici soldati. Lo stesso sottotenente si era caricato sulle spalle una considerevole quantità di armi sotto la «staffetta» del suo sergente Walter Morandini e seguito dai suoi coraggiosi soldati, anche essi pieni di armi, con la complicità di alcuni chiavaresi, riuscì a convogliare tutto il carico nel cortile di una abitazione di Chiavari.
Quello stesso giorno il sottotenente Aldo Gastaldi divenne «Bisagno» il primo leggendario partigiano d’Italia (forse insieme a Egardo Sogno)
Voglio citare, papale, papale, un pensiero espresso dallo stesso Bisagno: «Continuerò a gridare ogni qualvolta si vogliano fare ingiustizie e griderò contro chiunque anche se il mio grido dovesse causarmi disgrazie od altro. Non formarmi quassù la posizione per domani, io nulla attendo dal domani o sfruttamento del mio lavoro di oggi, quanto ho dato e dò e lo do alla Patria alla quale nulla si chiede».
E forse in questa sua nobilissima dichiarazione va da ricercarsi la causa del suo sacrificio o meglio del suo assassinio da parte dei partigiani comunisti, che avevano da giustificare le loro numerose «malefatte».
E dal recente libro «I giusti del 25 aprile - chi uccise i partigiani eroi» (che consiglio parimenti come il libro succitato di leggere) del mio carissimo amico Luciano Garibaldi, illustre giornalista e storico, mi viene la più completa conferma, perché Aldo Gastaldi, risulta morto misteriosamente sotto le ruote di un camion, che ne ha stritolato il corpo mentre portava a casa i suoi ragazzi, che avevano combattuto al suo fianco.
Assieme a Bisagno, il ten. col. dei Carabinieri Edoardo Alessi, comandante della divisione partigiana «Valtellina» e il Cap. degli Autieri Ugo Ricci, comandante della Resistenza in Val d’Intelvi uccisi proditoriamente ancora adesso si attende chiarimento e giustizia, come del resto di molti altri, come quello delle bande in Val d’Osoppo.
Tre morti mostruose, incivili e molto sospette. È l’ora di finirla: su questi delitti bisogna fare luce.