Il giorno delle «mille chiavi»

RomaCi sono due facce nelle proteste che settimana dopo settimana si accendono all’Aquila. Una la raccontano i visi segnati dal dolore degli anziani che, ancora ieri, nelle strade della zona rossa, sbriciolata la notte del 6 aprile, cantano in dialetto l’amore per la propria città. L’altra è quella di chi fomenta - e di quanti cavalcano - malumori e manifestazioni che dimenticano le priorità seguite al terribile sisma. Ieri un migliaio di aquilani è tornato di fronte alle proprie case inagibili, crollate, danneggiate, passando oltre le transenne che chiudono la «zona rossa», l’area off limits del centro storico del capoluogo abruzzese. L’hanno chiamata la «protesta delle mille chiavi», perché chi ha una casa nel cuore ferito della città ha appeso le proprie chiavi al metallo delle transenne. Comprensibile, naturale la commozione di chi viveva dove ora sono solo macerie, comprensibile pure la rabbia di chi vorrebbe che i lavori di restauro e di ripristino fossero non solo partiti, ma possibilmente già completati. Meno accettabile la regia di chi soffia sul fuoco, sapendo quale è stata la strategia che è stata scelta per fronteggiare l’emergenza. Lo slogan, applicato nel concreto in Abruzzo, è stato: prima costruire, poi restaurare. E fin dai primi giorni lo stesso Guido Bertolaso aveva chiarito che per la rinascita del centro storico ci sarebbero voluti anni. Così, mentre monumenti e case del centro storico venivano comunque monitorate (oltre 72mila le verifiche di agibilità effettuate nell’intera regione) e puntellate per evitare ulteriori danni, la priorità ha virato su un altro obiettivo. Garantire condizioni di vita normale, non precaria, a chi in quella notte di aprile ha perso tutto. Mettere su case dignitose in tempi da record, proprio perché restituire il centro del capoluogo e gli antichi borghi al proprio splendore è un’operazione che richiederà tempo, tanto tempo.
In Abruzzo la macchina dei soccorsi si è trovata ad assistere nel momento più critico 67.459 persone rimaste senza un tetto, distribuendole tra tende e alberghi. Ora le tendopoli non ci sono più. Smantellati tutti i 171 campi che erano stati creati nell’immediato. E i diecimila abruzzesi ancora sfollati, quelli che hanno bisogno di assistenza abitativa, vivono tutti in strutture meno precarie: alberghi, case private, caserme. Uno sforzo enorme, che ha comportato una spesa di 456,3 milioni di euro. Il tutto mentre andava avanti di pari passo, e di corsa, la «ricostruzione leggera», tra «progetto Case» e prefabbricati in legno. Il primo ha visto trecento appartamenti consegnati ogni settimana a partire dal 29 settembre, 3.466 già occupati a fine gennaio, mentre sono già state assegnate oltre 1.200 villette. Niente è come la propria casa, ma non sono baracche né tende. E sono meglio di qualsiasi appartamento inagibile. Eppure quanto è stato fatto non ha evitato che il malcontento si concentri su quello che c’è da fare. Ieri una troupe del Tg1 è finita al centro di strali e insulti, al grido di «Scodinzolini». Uno slogan - ma non è il primo del genere, nelle manifestazioni aquilane - che tradisce l’origine strumentale, ideologica se non politica di chi sa innescare certi attacchi. La temperatura è alta, e qualcuno soffia sul fuoco. Rischiando di scottarsi. Tra i cittadini delle «mille chiavi» c’era pure il sindaco, che pur essendo vicecommissario per l’emergenza, e con qualche chiacchiera di troppo sui primi appalti sulle spalle, ha provato a cavalcare la protesta. Finendo disarcionato tra fischi e insulti.