Il giorno dello strano suicidio e della retata anti-’ndrangheta

Venne giù a peso morto, senza un grido, sbattendo contro le ringhiere di ferro della scala antincendio. Quando lo raccolsero, a pochi passi dal bar interno dell’ospedale, Pasquale Libri respirava ancora. Lo portarono di corsa in rianimazione, dove morì pochi minuti più tardi. I testimoni diedero versioni discordanti: qualcuno disse di averlo visto discutere con due sconosciuti, prima di buttarsi dal pianerottolo del sesto piano. Ma, nelle carte della Procura, la morte di Libri è rimasta catalogata come suicidio.
Ora la nuova indagine sulla penetrazione della ’ndrangheta nel San Paolo non può fare a meno di ruotare almeno in parte intorno alla figura di Libri e alla sua morte. Aveva 37 anni, e lavorava come impiegato di concetto all’ufficio Appalti dell’ospedale alla Barona. Il 19 luglio 2010, quando volò dalle scale, la vita di Libri era cambiata. Quel giorno era scattata la retata di «Infinito», la più grande operazione mai condotta sulla mafia calabrese in Lombardia. E nell’ordinanza di custodia, sorretta da una quantità sterminata di intercettazioni, compariva anche il suo nome. Non era indagato. Ma era in ottimi rapporti con Carlo Chiriaco, l’uomo della ’ndrangheta nella sanità lombarda.
Nei rapporti con Chiriaco, Libri portava tutto il peso di una parentela ingombrante: quella con Rocco Musolino, vecchio e temuto boss dell’Aspromonte. Libri aveva sposato la nipote di Musolino. Di quel parente temibile, raccontano le intercettazioni, sembrava più vittima che complice. Ma alla fine si era piegato a chiedere a Chiriaco di aprire il business dell’ospedale ai capitali sporchi del padrino calabrese. E affianco a Chiriaco aveva lavorato nella Dental spa, la società mista tra San Paolo e privati per le cure odontoiatriche, rivelatisi fallimentare. Libri non lasciò scritta nemmeno una riga. Ma ora, di quella morte, forse qualcosa si potrà cominciare a capire.