Un giorno in economy

Ci fosse anche la Motogp alle Olimpiadi, sarebbe stata una buona giornata leggendo i giornali ieri. La Yamaha sarà anche giapponese, ma Rossi «vale» per l’Italia: conteremmo un oro in più. Peccato. Speriamo che Londra 2012 apra ai motori. Per noi forzati della medaglia e dopati del podio, la partenza dei Giochi cinesi è stata come lo scatto di Usain Bolt: fulminante. Nei primi cinque giorni siamo andati felicemente in «overdose di metallo», soprattutto quello più pesante. Ora, a metà gara, la sensazione è di pagare un po’ lo sforzo: annaspiamo, spinti avanti dalla forza della speranza e da un paio di bronzetti.
C’eravamo abituati molto bene, forse troppo. Cullati prima di dormire dal ticchettio delle lame italiane trionfanti, e svegliati dallo sciabordio di lacrime e gioia della Pellegrini. Per noi, leghisti della primissima ora temporaneamente naturalizzati italiani, ascoltare l’Inno di Mameli ogni mezz’ora era qualcosa di impagabile. E in redazione, sfidando le ire e soprattutto le ironie dei colleghi, a ogni premiazione tricolore urlavamo: è bello essere italiani. Da oggi, anzi già da un paio di giorno, lo è un po’ meno. E c’è tristezza nei nostri cuori.
Che la seconda settimana olimpica iniziava male, lo avevamo già capito l’altroieri con un’occhiata alla Gazzetta dello sport: una prima pagina modestamente incolore. Apertura sul Milan, fascione su Valentino Rossi, fogliettone su Sensi e la Roma: neppure un titolino sui «fucili italiani», o un catenaccio sui «remi azzurri», o un richiamino sul Settebello, se non per dire che era affondato. Bei tempi quando aprivi il giornale e godevi: «Pioggia di medaglie».
Due giorni fa la debacle di tutte le nostre squadre è stata compensata - almeno - da un argento nel canottaggio (come vorremmo risentire Galeazzi urlare «è bella la barca italiana») e dalla finalina degli spadisti di Montano, uno che per le emozioni olimpiche che ci ha regalato da Atene a Pechino, continuiamo a considerare l’uomo che tutti avremmo sempre voluto essere e non siamo, basette comprese; ma ieri, prima storica giornata senza medaglie italiane, è stato davvero difficile tirare sera. Come un dopato in astinenza, avremmo pagato qualsiasi cosa anche per un misero podio a tavolino del 49er dei fratelli Sibello, che ormai, per consuetudine televisiva, consideriamo come cugini. E l’atroce sconfitta di Coppolino negli anelli (quarto, l’affronto peggiore...) per noi che avremmo voluto che Yuri Chechi non si ritirasse mai, è stata un’umiliazione.
Dall’8 agosto i nostri bioritmi fisico-emotivi sono condizionati dai ripescaggi nella velocità su pista e dalle analisi medico-sportive del professor Dal Monte, lasciando abbondantemente sullo sfondo dei nostri orizzonti, e non solo giornalistici, il caro spiaggia e la guerra in Ossezia. A Pechino 2008 abbiamo dato tutto nella speranza di essere ripagati in medaglie sonanti: ad oggi, crediamo, il nostro spirito olimpico, peraltro più volte messo a dura prova, ha ceduto solo una volta, in differita, nella notte tra mercoledì e giovedì scorso, quando alle 3,55 del mattino, di scena il dressage a squadre, abbiano sentito in dormiveglia il telecronista annunciare: «E ora seguiamo in silenzio la prova dell’amazzone neozelandese». Siamo crollati sul divano. Oltre non potevamo sportivamente andare. Però abbiamo urlato svegliando i vicini e anticipando la partenza per il mare della moglie, quando la Schiavone ha passato i sedicesimi di finale. Vorremmo che le Olimpiadi tornassero ogni estate, come l’esodo. Per rivivere momenti di grandissima commozione agonistica, come il rito dell’aggiornamento del medagliere, punto più alto dell’orgoglio nazionale e del pressapochismo sportivo: la prima cosa che guardiamo al risveglio e l’ultima prima di andare a dormire, avvolti da una metaforica bandiera tricolore, quando iniziamo a sognare numeri a doppia cifra nella colonnina degli ori, un sorpasso a sorpresa degli inutili coreani, una nuova e improvvisa divisione della Germania con relativa classifica dimezzata, quegli insopportabili dei francesi anche solo di un bronzo, ma sempre dietro a noi e - l’esagerazione come la volontà olimpica non ha limiti - vagheggiamo, anestetizzati dall’abbraccio di Morfeo, di una improbabile ascendenza lombarda di Michael Phelps, nato a Baltimora, ma da genitori bustocchi e naturalizzati italiani. Avremmo 14 ori. Quattordici ori. Secondi dopo la Cina, vi rendete conto?