Un giorno tra i nuovi poveri del Monte di pietà

Il nostro cronista in fila al Banco dei pegni di Milano dove gli oggetti preziosi depositati in cambio di danaro sono aumentati del 20% negli ultimi due anni. I clienti? Giovani, pensionati e manager

Ore undici. Fisso l’Omega d’oro che ho al polso. È l’ultima volta. Tra un po’ lo darò in pegno. E purtroppo non è un pegno d’amore. Ho bisogno di soldi. Il motivo? Fatti miei.
C’è un bel sole in viale Certosa 94, a Milano. Ma l’aria è fredda. Giovanni, 32 anni, disoccupato, non vede il sole né sente il freddo. Conta solo i 400 che sono finiti nel suo portafoglio in cambio di una scatola piena di «cosucce d’oro». Ora è il mio turno e Giovanni prova a farmi coraggio: «Vedrai che poi l’orologio te lo riprendi. Se sei qui vuol dire che le cose ti vanno male». Essere «qui» significa essere nella sede del Monte di pietà.
«Non dar retta - mi dice la signora Anna, casalinga con il «viziaccio» del Lotto -, è meglio cancellarla la parola pietà». Sulla parete campeggia infatti un prosaico «Servizio anticipazione su pegno». Tre sportelli gestiti dalla Banca regionale europea dove tutto si svolge in assoluta legalità.
In un anno nel bunker blindato di viale Certosa fanno tappa più di 30 mila persone di varia nazionalità e ceto sociale. «Per andar via con il contante non servono busta paga o modulo 740, basta la carta d’identità», spiega Alfredo, 75 anni, ex impiegato postale. È questo il segreto del successo della formula «prestito su pegno»: nel 2006, a Milano, circa 35mila operazioni per un valore di 25 milioni di euro (+20% rispetto al 2004). Dalla capsula antirapina dell’ingresso passa un intero mondo: la donna elegante indebitata con gli strozzini, la coppia con la rata del mutuo in scadenza, il pensionato che alla terza settimana è già al verde, l’artigiano assediato dai fornitori, i genitori che stringono la cinghia per tenere il figlio all’università, l’imprenditore con la febbre del poker e perfino il vu’ cumprà al quale i vigili hanno sequestrato tutte le false borse Prada.
C’è chi arriva spavaldo, come l’habitué che ormai non si vergogna più. E c’è chi arriva rasentando il muro, come il «dannato» della prima volta. Ognuno entra col suo tesoretto fatto di oggetti preziosi e ne esce con un gruzzolo di banconote che può andare da un minimo di 200 a un massimo di 25mila euro. In mente sempre la stessa speranza: restituire entro sei mesi la somma ricevuta in prestito e tornare in possesso del «caro ricordo di famiglia». Sette volte su dieci il sogno si avvera, ma negli altri tre casi l’oggetto finisce all’asta. Ecco cosa succede a chi ha un urgente bisogno di soldi e decide di impegnarsi l’orologio.
«Buongiorno, ho questo orologio, quanto potete darmi?»
L’impiegato, dopo una scrupolosa perizia risponde cortese:
«700 euro».
Ma ne costa 7000...
«Noi corrispondiamo solo il 10% cento del valore reale».
Cosa accade nel caso decida di lasciarvelo?
«Le diamo subito i soldi in contanti e una polizza di garanzia».
A cosa serve la polizza?
«C’è la descrizione dell’oggetto dato in pegno e l’importo del prestito».
È esattamente la somma che dovrò restituire?
«No, la cifra va maggiorata del 6,25% di interessi».
Quanto tempo ho per restituire il prestito?
«Sei mesi».
Trascorsi i quali cosa accade?
«O ci restituisce la somma che le abbiamo prestato maggiorata degli interessi, oppure può prolungare il prestito di altri sei mesi con un ulteriore interesse del 6,25%».
E se invece, al termine dei sei mesi, non mi faccio più vivo?
«Trascorsi 30 giorni dalla scadenza del prestito, l’oggetto finisce all’asta».
Fuori dal Banco, sul marciapiede davanti, si aggirano strani personaggi...
«È gente poco raccomandabile che cerca di acquistare i preziosi dei nostri clienti o di rilevare le loro polizze. Quando entrano qui, chiamiamo subito la polizia. Ma se restano fuori non possiamo fare nulla».