Un giorno da indagato. Il silenzio del fidanzato sconvolto dai sospetti

La foto con Chiara è stata ritoccata per apparire su tv e giornali: hanno dovuto spiegare tutto ai carabinieri

Garlasco (Pavia) - Ringhia e mostra i denti da dietro il cancello della villa di via Carducci, il dobermann della famiglia Stasi. Anche lui, a suo modo, è lì a proteggere Alberto. Da quando - lunedì scorso - il ruolo di semplice testimone del ragazzo di Garlasco si è tramutato in quello di indagato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, il ventiquattrenne studente universitario prossimo alla laurea in Bocconi non è più uscito dall’abitazione. E quella villa di mattoni chiari, ornata di torrette di foggia vagamente medievale, si è trasformata nel suo castello rifugio, sotto l’occhio vigile di papà Nicola e mamma Elisabetta, che alternano a due scarne parole con i cronisti i loro comprensibili sfoghi di esasperazione per l’assedio mediatico.

La vita di Alberto era già cambiata, drammaticamente, una settimana fa, quando era stato lui a trovare il corpo senza vita della sua Chiara. Ma dalle 11.45 dell’altroieri, quando i carabinieri hanno bussato per consegnargli l’atto giudiziario, a quel trauma già così grande per un ragazzo, si è aggiunto quello derivante dal dover rivestire un ruolo che lui dal primo giorno continua, tra le lacrime, a stragiurare non essere il suo: quello di sospettato. Ha chiesto sommessamente all’avvocato che cosa significasse quel pezzo di carta. Poi, diligente com’è anche negli studi, si è sottoposto al prelievo di saliva necessario per svolgere i test sul Dna. Mentre come in un film visto tante volte la sua casa si riempiva di uomini in divisa e con i guanti di gomma che iniziavano a indagare, a cercare, a frugare. Dappertutto.

Una coetanea che lo ha frequentato in compagnia con amici fino al 2003, quando conobbe Chiara e iniziarono a fare coppia fissa - «da allora non ci siamo visti più» - parla di lui come del resto non si stancano di fare i compaesani, quando decidono di parlare. «Un ragazzo normale, gentile e perbene». È un refrain immutabile, che non conosce «stecche». Anche se l’ex amica tiene a rettificare quell’immagine di super timido che tutti vogliono affibbiargli. Una timidezza più «fisica» che reale, «colpa forse di quel pallore e di quello sguardo chiarissimo, quasi sfuggente», dice lei. «Però era uno che se aveva qualcosa da dire non si tirava indietro. E se trascinato dalla compagnia era capace di gesti oltre le righe, finanche grossolani, come versare una bibita su un divano in casa di amici. È successo, rivedo ancora la scena, ma erano anche zingarate dell’età. Poi si cambia». Per il resto, lei ricorda l’Alberto di quegli anni come uno qualunque, «senza slanci affettuosi per nessuna», ma con le stesse passioni e divertimenti di tutti i suoi coetanei: la piscina, una pizza, quattro salti alla discoteca delle Rotonde.

È lo stesso megalocale un po’ kitsch, più Las Vegas che Garlasco, dove hanno lavorato come ragazze immagine le gemelle ventitreenni Paola e Simona Cappa, cugine di Chiara, ma tanto differenti da lei. Due che in paese non raccolgono manifestazioni di grande simpatia. Basterebbe, a confermarlo, il fotomontaggio fatto fare all’indomani della morte di Chiara per finire immortalate anche loro nelle riprese. Basterebbe l’sms - «Allora, mi hai vista in tv?» - inviato da una delle due a un’amica. Basterebbero i loro curricula fatti girare tra i cronisti «di città» piombati su Garlasco - estremo quanto patetico aggancio, ai loro occhi, per evadere dalla «campagna» - dove si parla di esperienze come fotomodelle per un’agenzia milanese. E dove tra le righe si leggono i sogni di notorietà di questa generazione cresciuta a pane e reality show. Nulla da perseguire legalmente, questo è ovvio. Nemmeno nulla di tanto grave da censurare, s’intende. Ma molto, e di infinitamente triste, da raccontare. Soprattutto in giorni di dolore come questi.