Il giorno del processo al ct

Ecco i quattro capi d'accusa contro Donadoni: 1) squadra troppo offensiva; 2) eccessiva riconoscenza nell'affidarsi a Materazzi; 3) troppa improvvisazione e nessuna strategia; 4) deficit fisico preoccupante

Baden - Primo peccato, capitale: schierare una Nazionale a trazione offensiva senza avere l’entusiasmo e le risorse fisiche per incassarne i vantaggi. È come, per capirsi, avere in garage un Porsche senza benzina nel serbatoio: è inutile sgommare, dura pochi metri il divertimento. Nel caso dell’Italia maltrattata e umiliata dall’Olanda, si tratta forse dell’errore decisivo: aver perso convinzione e fiducia (specie dopo l’infortunio toccato a Cannavaro) nei propri mezzi senza colmare le lacune con il massimo della tensione nervosa e del sacrificio. Il secondo peccato, attribuibile a Donadoni stesso, è quello di metodo: è partito dall’idea di dovere riconoscenza alla squadra che, con l’impresa di Glasgow, lo trascinò da primo del girone in Austria e Svizzera, all’europeo. Da qui alcune decisioni legate più al passato e alla devozione personali che alle condizioni attuali.

Una su tutte: Materazzi. Messo in discussione dall’Inter e da Mancini nelle ultime settimane del campionato, segnalato con le gomme sgonfie, sarebbe rimasto ai margini senza il ko di Cannavaro. Preferito a più freschi sodali (Chiellini su tutti) e a stagionati colleghi (Panucci) è diventato il simbolo della resa azzurra e dello smarrimento difensivo di Berna. Con qualche eccesso critico, naturalmente. Maggiore responsabile in occasione dei due gol è da considerare Zambrotta, migliorato, non a caso, nella ripresa quando è passato sulla corsia di destra (ne tenga conto Ancelotti).

Terzo peccato: nelle curve della sfida, la Nazionale ha perso la bussola, l’orientamento e non è mai stata una squadra. Gli capitò a Parigi, contro la Francia nel settembre del 2006. Ha avuto spunti isolati, tentativi alla garibaldina secondo lo schema classico dell’improvvisazione, esponendosi alla lama del contropiede olandese, patito anche in occasione del secondo gol. E questo difetto, scolastico, è da addebitare allo staff tecnico: nell’allagare l’area di rigore altrui sui calci d’angolo, bisogna rispettare posizioni, presidiare le zone strategiche, essere padroni del campo invece che subire lo scatto di 30-40 metri dell’olandese dal cognome impossibile, Van Bronckhorst. Ultima censura destinata al Ct: ha sottovalutato il deficit fisico collettivo del suo gruppo, ingigantito forse dalla facilità del test amichevole col Belgio a Firenze, troppo comodo per risultare autentico. In questo scenario allarmante non è semplice pronosticare un pronto riscatto fra due giorni, a Zurigo contro la Romania. Può esserci (e ci sarà) la risposta nervosa del gruppo: per quella fisica, meglio non farsi molte illusioni.

Perché di questi tempi non è pensabile una cavalcata trionfale: semmai si può pensare a gestire, con intelligenza, le scarse vitamine a disposizione. La qualificazione, da secondi (col vantaggio di restare a Vienna senza più sottoporsi a sfiancanti viaggi di 1800 chilometri per volta: è come vivere a Milano e andare a giocare a Lecce) si può ancora raggiungere a condizione di piegare la resistenza della Romania che non ha un attacco boom mentre dispone di un efficace servizio di intelligence tattico, capace di irretire la Francia, impedendo ai vice-campioni di Berlino di effettuare un qualche tiro di discreta pericolosità in porta.

Del Piero è stata una trasfusione di sangue parzialmente utile ma è un’altra la mossa che può dotare di qualche chance in più: Cassano. È vero, quattro anni fa, in Portogallo non portò fortuna (entrò nella seconda contro la Svezia, finì 1 a 1 e fu l’inizio del ritorno a casa) ma la scaramanzia non fa testo. Di Natale ha perso una grande occasione, Camoranesi da trequartista ha una resa discutibile. Non sarebbe male Cassano dietro la coppia Del Piero-Toni.